Il gioco del Go
La sua diffusione

Scritto da Marco Milone -

Quando, nel 1600, il gesuita Matteo Ricci si recò in Cina, ne studiò la lingua, la storia, la cultura e i costumi locali, e infine riuscì a farsi accettare dalla classe aristocratica e a essere considerato il primo intellettuale straniero, tanto che ebbe pure modo di apprendere il gioco del weiqi, meglio conosciuto in occidente come Go, che era ben diffuso a corte.

Ricci rimase stupito da come alcuni cinesi fossero tanto assorbiti da questo gioco da trascorrere la maggior parte della giornata giocando, e dall'importanza che aveva essere forti in questo gioco, tanto da essere apprezzati da chiunque e invitati ovunque.

Ciò che Ricci non sapeva era quanto il gioco del Go avesse catturato l'interesse di taoisti e confuciani, oltre ad avere sollecitato un “interesse naturalistico universale” che indusse gli studiosi a rivisitare il tutto attraverso una prospettiva mitica, mistica e matematica pervasa di un simbolismo fatto di metafore di guerra, affari e politica.

Tuttavia, la popolarità del Go non crebbe sempre incontrastata: infatti, inizialmente fu criticato da alcuni intellettuali, perché causava dipendenza e distraeva le persone che cadevano nell'ozio; solo durante la dinasta Tang si assiste a un cambio di atteggiamento nei confronti di questo gioco, dovuto sia alla predominanza della filosofia buddista e taoista nella società cinese, sia al fatto che ogni forma di opposizione al sistema yin-yang era stato dimenticato dopo il sincretismo dell'era Han. Nella Cina antica, anche il gioco veniva sempre osservato all'interno della sfera morale, per effetto della posizione confuciana sulla predominanza dell'etica, e risultava dunque più importante comprendere se il Go potesse condurre a uno sviluppo interiore dei giocatori o fosse al contrario dannoso per loro.

Se dunque questo gioco era così importante stupisce che malgrado l'esistenza di scambi commerciali, già ai tempi di Alessandro Magno, dell'Impero Romano e di Genghis Khan, l'occidente l'abbia scoperto tardivamente. Una delle possibili spiegazioni concerne la diffusione del Go presso ufficiali e membri delle famiglie nobili; pertanto, mercanti e pellegrini non avevano alcun accesso a questo gioco, che sarebbe rimasto a lungo confinato tra Cina, Giappone e Corea.

Intorno al 1000 d.C., in Giappone, il Go guadagna popolarità presso l'aristocrazia, come descritto nel “Genji monogatari”, nel “Kokin Wakashu” e in “Makura no soshi”, ma pure fra sacerdoti e le donne di corte, e gradualmente si andava diffondendo anche tra le classi militari.

Si presume pure che fosse giocato anche in ambienti popolari, in quanto la nobiltà era solita mescolarsi col popolo per quanto concerne le arti e le forme di intrattenimento; soprattutto, il clero buddista era libero di andare e venire, agendo come mediatore tra le varie classi sociali. Poi, con l’ascesa al potere della classe guerriera nel XII secolo, a prendere il potere furono i daimyo, i quali praticavano moltissimo il Go mettendolo al pari di un’arte marziale, e ritenendone lo studio delle tecniche e delle strategie un ottimo allenamento morale ed intellettuale, tanto che presso ogni corte, per quanto piccola essa fosse, troviamo un insegnate di Go, e l'insegnamento di questo gioco da tavoliere era diventato parte dell'istruzione standard della classe superiore.

Nel regno di Goryeo, uno degli antichi stati coreani, durante il medio periodo Chosun, il Go incominciò a essere giocato non solo tra le classi più alte della società, tanto che si narra che i generali giocassero anche durante gli accampamenti militari, ma pure tra gli intellettuali che vedevano nel baduk una forma di sostentamento economico, e pertanto scrissero molti poemi e note letterarie su questo gioco, che fu tanto popolare che alla fine del 16° secolo venne incluso tra le quattro arti nobili da studiare, ovvero la musica, il baduk (termine coreano per designare il Go), la pittura e la calligrafia.

Ancora a sud-ovest il go si diffuse lungo i confini dell'Himalaya, raggiungendo Tibet, Nepal e Sikkim, ma non raggiunse l'India.

In Tibet, il Go sarebbe arrivato dalla Cina nel 641, quando la principessa cinese Wencheng sposò Songtsen Gampo, re dell'Impero Tibetano, e portò con sé un goban. Qui, la tradizione bon apportò delle modifiche alle regole del gioco che era rimasto e rimarrà immutato nei secoli, e l'influenza del Go, qui conosciuto come ming mang, fu tale che si diffuse la credenza che gli spiriti chiamati Khadoma, che sarebbero insegnanti donne di dottrine segrete o uomini eccezionali reincarnati in un corpo di donne ma con la testa di un leone e gli occhi rossi, fossero soliti giocare sulla montagna Zari, soprattutto quando c'erano tempeste che non si fermavano se non alla fine delle loro partite.

E quando nel 842 l'impero si sgretolò in tanti piccoli regni perennemente in lotta tra loro, malgrado ai buddisti, i cui monaci formavano circa un quarto della popolazione maschile, fu proibito giocare a go, questo gioco, non solo continuò a essere giocato dall'aristocrazia fino al crollo del vecchio ordine, essendo una delle nove attività di un abile gentiluomo, ma varie leggende mostrano la competizione tra sciamani bon e monaci buddisti nel giocarvi, tanto che si diffuse la leggende che lo stesso Budda fosse un giocatore, e che il linguaggio simbolico del Go li accomunasse, fungendo da mezzo di comunicazione che abbatteva le loro differenze linguistiche.

Similarmente troviamo una dimensione di narrazione mitologica pure in Vietnam, dove il gioco si sarebbe diffuso dopo la caduta del regno di Nam Viet quando l'imperatore cinese Han Wudi, che era pure un famoso giocatore di go, dopo l'annessione del nuovo territorio, istituì delle guarnigioni in Vietnam.

Un'antica fiaba popolare vietnamita racconta, infatti, di come l'Imperatore del paradiso e il Dio dei tuoni sedessero l'uno di fronte l'altro immersi nei loro pensieri innanzi a un goban. Un giorno, una rana osò interromperli per ricordare loro che non pioveva da quando avevano incominciato a giocare, e l'imperatore del paradiso propose alla rana un patto, secondo il quale ogni volta che la sentiva gracidare avrebbe fatto scendere la pioggia sulla terra.

Ancora nella leggenda della magica balestra, un'altra storia popolare che presenta similitudini con temi comuni ad alcune fiabe cinesi, si racconta che An Duong Vuong, il re di Au Lak, stesse tranquillamente giocando con sua figlia Mu Chau durante l'assedio finale, condotto dal generale Zhao To, sulla capitale Ko Loa, come pure si narra pure che An Duong Vuong giocasse con fate e spiriti al Tempio di Chuong.

Anche dopo l'indipendenza, nel 938, il Dai Co Viet faceva sempre riferimento all'organizzazione amministrativa e militare cinese. E successivamente, durante la dinastia Le, la più lunga dinastia regnante nella storia del Vietnam, non solo si tenevano festival ludici presso la pagoda Chua Vua a Thang Long durante i primi giorno dell'anno lunare cinese, ma il re, che apprezzava i giochi da tavoliere, fece erigere per De Thich, meglio nota come Indra, una divinità considerata il più grande giocatore, un tempio che divenne luogo di raduno per nobili, dove nel cortile c'era una gigantesca scacchiera che veniva usata per cerimoniali con partite con pezzi viventi.

Invero, la speculazione sulle connessioni mitico-sciamaniche, come evidenziato in Tibet e in Vietnam, affonda le sue radici nel contesto cinese dove si racconta di uno stregone-musicista al quale improvvisamente spuntarono delle ali da insetto, e grazie a esse volò sul picco della montagna per giocare con Huang Di, l'imperatore Giallo; un'altra storia, invece, narra che l'imperatore Giallo abbia inventato il go per sviluppare nuove strategie nel combattere una creatura semi-mitologica, giocando contro di essa insieme a una fata.

E similarmente si è speculato che questo abbia origini nell'arte divinatoria. La divinazione cinese è collegata al leggendario diagramma del fiume Giallo e del fiume Luo che, secondo quanto tramandato, erano stato rivelati a un antenato di Fu Xi come diagrammi disegnati sulla schiena di un drago e di una tartaruga che uscivano rispettivamente dai due fiumi, raffigurando dei quadrati magici che ricordano il goban. Oppure il sinologo Joseph Needham sostiene che il Go sia nato come gioco tra divinatori rivali, i quali lanciavano le pietre sul tavoliere, quale rappresentazione della notte, e le muovevano secondo schemi geometrici. Secondo altre teorie, invece, furono i figli dei divinatori a servirsi degli strumenti dei loro genitori per creare un gioco. Qualunque sia stata l'origine del gioco, il Go diventò storicamente una metafora per esprimere la guerra.

Infine, la zona geografica più a ovest, dove si diffuse il gioco, fu la Mongolia, paese da sempre in contatti commerciali con la Russia e l'Iran. Tuttavia, come già evidenziato, il Go non si sarebbe mai diffuso in Occidente, anzi anche dopo la scoperta di Ricci bisognerà attendere qualche secolo perché questo gioco possa diventare popolare. E probabilmente se non fosse stato per Lasker che fondò nel 1935 l'AGA (associazione Go americana) insieme a Karl Davis Robinson e Lee Hartman, e il New York Go Club insieme ad Arthur Smith, sarebbero perdurate le barriere che ne impedivano la diffusione. Edward Lasker, già maestro di scacchi e cugino del campione mondiale Emmanuel Lasker, ne riconobbe subito la superiorità, asserendo che se mentre le regole barocche degli scacchi potevano essere state create solo dagli esseri umani, le regole del Go erano invece talmente eleganti, organiche e rigorosamente logiche che se dovessero esistere forme di vita intelligenti altrove nell’universo, quasi certamente queste giocherebbero a Go.