Il Giappone Asuka e Nara
Quando l'estero divenne mainstream, influenze cinesi e coreane

Scritto da Carla Ruscazio -

L'influenza che la Cina ebbe sul Giappone iniziò a rafforzarsi a partire dai primi anni del VI secolo d.C., quando i contatti commerciali fra i due regni si fecero più intensi. L'impero cinese, a quell'epoca, era uno dei più vasti del mondo e il suo ascendente si espandeva per diverse zone dell'Asia e dell'Europa. Il Giappone, al contrario, non era ancora uno stato imperiale unificato, bensì un insieme di territori controllati dai vari clan locali, detti uji 氏, e dominati a loro volta dall' uji di Yamato 大和, il più potente fra tutti. Gli scambi avvenivano solitamente tramite la Corea, divisa in tre grandi regni spesso in guerra fra loro, la quale funse quindi da filtro e mediatore culturale fra le due realtà.

La prima grande innovazione importata dalla Cina fu indubbiamente il sistema di scrittura, una vera e propria novità se si considera che fino a quel momento nei territori giapponesi vigeva quasi esclusivamente la trasmissione orale. È comunque con l'arrivo e la diffusione ufficiale del Buddhismo che l'influsso cinese prese definitivamente piede. La religione buddhista divenne parte integrante del nuovo sistema socio-culturale nipponico durante il regno dell'imperatrice Suiko 推古天皇 (554-628 d.C.). In quanto membro del clan Soga 曽我, una fervente famiglia buddhista di origine coreana, l'educazione di Suiko fu di stampo prettamente cinese; una volta salita al trono dunque, decise di dedicarsi totalmente alla creazione di una corte imperiale e di un apparato economico e politico la cui struttura ricalcasse pedissequamente quella cinese. Ad aiutare l'imperatrice nella sua impresa fu il nipote e principe reggente Shōtoku 聖徳太子 (574-622 d.C.). Oltre a essere la prima donna ad ascendere al trono del Crisantemo, Suiko fu una figura chiave sia per la trasformazione del Giappone in un impero unificato che per la diffusione del modello culturale cinese.

Suiko e Shōtoku fecero in modo che la corte stessa fosse divisa e strutturata secondo le dinamiche della casa imperiale cinese, d'ispirazione puramente taoiste e confuciane, secondo cui l'Imperatore, figura intermediaria fra Cielo e Terra, aveva il compito di guidare e garantire l'armonia del suo popolo, a sua volta tenuto a tener fede a una stretta struttura gerarchica per confermare l'ordine Celeste. Ciò nonostante, il modello imperiale giapponese prevedette alcune modifiche per meglio adattarsi al proprio contesto culturale; la più significativa fu quella dell'ereditarietà imperiale, trasmissibile solamente per linea di sangue invece che per elezione. Il nuovo sistema di corte si basò su delle riforme come il “codice dei diciassette articoli”, voluto dal principe Shōtoku, o il “sistema dei dodici cappelli”, voluto dall'imperatrice Suiko nel 604 d.C. Quest'ultimo in particolare introdusse una specifica divisione gerarchica dell'aristocrazia di corte secondo il quale ogni membro era tenuto a indossare un certo tipo di abito e di cappello in base alla loro posizione sulla scala sociale. Tale divisione valeva ovviamente anche per ancelle e concubine. Abiti e i cappelli variavano anche in base alla formalità degli eventi e della vita di corte. Oltre a ciò, a tutti i membri dell'aristocrazia, sia uomini che donne, era richiesto di saper parlare e scrivere in cinese e di avere un'ottima conoscenza della letteratura e dell'arte della calligrafia. L'opera di sinificazione del nuovo stato imperiale varcò ovviamente anche i confini della corte, espandendosi in tutto il territorio: in quegli anni, infatti, un gran numero di architetti, artigiani, scultori e pittori giunsero dalla Cina e dalla Corea per la realizzazione di opere artistiche che rispecchiassero gli stessi canoni estetici già in voga nel continente. Nel 586 venne completata la costruzione dell'Asukadera 飛鳥寺, il primo complesso di templi buddhisti del Giappone voluta dal principe Shōtoku in persona.

La diffusione del modello cinese si rafforzò ulteriormente durante il regno dell'Imperatore Tenmu 天武天皇 (672-686 d.C.) e di sua moglie, l'Imperatrice Jitō 持統天皇 (687-703 d.C.), la quale gli succedette al trono dopo la sua morte. Durante il loro regno, la corte divenne così ancora una volta un dinamico centro per la fioritura del gusto estetico continentale, stavolta proveniente non solo dalla Cina, ma anche dalla Corea. A offrire una preziosa testimonianza dell'atmosfera che si respirava negli ambienti imperiali di quel periodo è la tomba di Takamatsuzuka 高松塚, edificata alla fine del VII secolo d.C. proprio nell'area di Asuka, nell'odierna prefettura di Nara. Takamatsuzuka fa parte di un complesso funebre formato da una serie di cinque tombe kofun 古墳, ovvero dei tumuli sepolcrali di varie forme utilizzati per diversi secoli per l'inumazione di nobili, capi clan e imperatori, ma venne riportata alla luce solo alla fine degli anni Sessanta del ventesimo secolo. La sua scoperta è considerata ancora oggi di estrema importanza dal punto di vista storico-artistico, in quanto si tratta di uno dei pochissimi esempi dell'arte delle epoche Asuka 飛鳥e Hakuhō 白鳳, arte in cui l'influenza continentale è particolarmente viva. Dalla struttura architettonica agli intonaci, tutto di Takamatsuzuka venne infatti realizzato seguendo quasi esclusivamente tecniche cinesi e coreane, ma ciò che fa veramente capire quanto gli influssi dalla terraferma fossero permeati nel Giappone del VII secolo sono gli affreschi con soggetti umani, raffiguranti con tutta probabilità alcuni membri dell'aristocrazia di corte. Divisi in gruppi di uomini e donne, i cortigiani di Takamatsuzuka sono stati rappresentati con indosso abiti la cui foggia ricalca non quella cinese, ma quella del regno di Koguryō, situato nel nord della penisola coreana. Le figure femminili, in particolare, presentano ancora un buono stato di conservazione tale da permetterne l'analisi.

Le dame, divise in due piccoli cortei di quattro persone ciascuno, indossano delle ampie casacche che arrivano all'altezza del ginocchio, bloccate da un lungo nastro sui fianchi e da uno più piccolo sul petto. Le gonne riccamente colorate presentano una plissettatura ampia ed elaborata; le acconciature consistono invece in un raccolto basso ma discretamente lavorata. Alcune dame tengono in mano degli accessori quali ventagli o lunghe aste, ma la loro funzione rimane attualmente sconosciuta. Nonostante ogni dama presenti una combinazione cromatica diversa, in linea di massima i colori per i loro abiti sono vari sfumature di blu, verde, giallo e rosso. La delicatezza dei tratti, il portamento aristocratico e la raffinatezza delle loro vesti hanno permesso alle eleganti dame di Takamatsuzuka di guadagnarsi il nome di Asuka Bijin 飛鳥美人, le bellezze di Asuka.

Gli irreparabili danni subiti dalle figure maschili, invece, ne rendono impossibile un'analisi accurata, ma sia per i cortei degli uomini che per quelli delle donne è possibile notare come, nonostante l'indiscutibile ispirazione coreana, la foggia dei loro abiti presenti comunque alcune differenze con quelli che erano i canoni della moda Koguryō. Dettagli quali le allacciature dei nastri, la chiusura dei colletti o la forma dei cappelli maschili, fanno pensare non solo che la moda coreana fosse stata riadattata al gusto estetico giapponese, ma anche e soprattutto che negli ambienti imperiali fosse quella che andava per la maggiore già da diversi decenni, surclassando di fatto quella cinese.

Tuttavia, a partire dall'epoca Nara 奈良 (712-845 d.C.) l'influenza coreana perse gradualmente terreno, mentre il gusto cinese raggiunse la sua massima espansione artistica ed estetica. In quegli anni, la Cina stava vivendo uno dei suoi massimi periodi di splendore sotto la dinastia Tang 唐朝 (618-907 d.C.), epoca la cui arte è ancora considerata fra le più floride della sua storia. Inoltre, grazie ai numerosi commerci lungo le vie della seta, la Cina Tang subì numerose influenze da India, Sud-Est asiatico, Persia ed Europa, al punto tale che quando si parla dell'arte di questo periodo, viene spesso usato il termine “stile internazionale Tang”. Di conseguenza, anche il Giappone non poté fare a meno di risentire di questo clima così internazionale, e, con l'aumento delle importazioni dalla Cina, iniziò così un lungo periodo di contatti anche con altre realtà del continente asiatico.

La stessa capitale Tang, la città di Chang'an 長安, era una metropoli con una forte realtà cosmopolita e sia la sua struttura urbana che la sua dinamicità culturale funsero da modello per la costruzione della nuova capitale imperiale nipponica, la città di Nara, all'epoca meglio nota con il nome di Heijōkyō 平城京. Così come la sua controparte cinese, Heijōkyō divenne una capitale ricca e vivace, caratterizzata da una marcata multiculturalità che permise a locali e comunità di oltremare di vivere fianco a fianco la propria quotidianità. Per la costruzione di Heijōkyō, molti templi buddhisti un tempo parte della vecchia capitale vennero distrutti e riedificati nella nuova città, ma intensificandone il gusto architettonico cinese. Inoltre, per ordine di un nuovo decreto imperiale, tutti i templi, sia vecchi che nuovi, non potevano più mantere la lettura giapponese dei propri caratteri, ma solo quella cinese. Così, per esempio, quando il complesso dell'Asukadera venne spostato a Nara, perse il suo nome orginale e venne ribattezzato Gangōji 元興寺.

Durante l'epoca Nara, il buddhismo raggiunse l'apice della sua influenza artistica e la nuova corte imperiale di Heijō divenne sempre più avida di circondarsi delle ultime tendenze provenienti dalla Cina e dalle vie della seta. Molti dei preziosi oggetti importati a corte in quegli anni sono ancora conservati all'interno dello Shōsōin 正倉院, un enorme edificio adibito a stanza del tesoro contenente una grandissima varietà di manufatti giapponesi ed esteri delle epoche Asuka e Nara. Questo “deposito” imperiale venne costruito dopo la morte dell'Imperatore Shōmu 聖武天皇su richiesta di sua moglie, l'Imperatrice Kōmyō 子妙天皇, per contenere tutti i tesori appartenuti al defunto marito; l'edificio venne realizzato seguendo lo stile azekura 校倉造, lo stesso utilizzato in epoca Yayoi 弥生 (200 a.C.-200 d.C.) per la costruzione dei granai. Al suo interno sono custodite numerose opere provenienti da Cina e Corea, ma anche da Persia, Sud-est asiatico e Asia centrale fra i quali tessuti pregiati, strumenti musicali in madreperla, vasi in giada, incensieri e così via.

Degna di nota è una serie di paraventi raffigurante un particolare soggetto femminile noto come Juka Bijin 樹下美人, ovvero una giovane ragazza sotto un albero. Il tema ha probabilmente origine iraniana, ma era particolarmente in voga nell'arte Tang e, di conseguenza, anche in quella Nara. Le Juka Bijin dei paraventi dello Shōsōin, chiamate anche Torige Tensho 鳥毛篆書, vennero realizzate da un artista giapponese, ma rappresentano alla perfezione i canoni di bellezza ideali dell'aristocrazia cinese: il viso tondo e pieno, presenta delle arcuate sopracciglia con al centro un fiore colorato, delle guance rosee e labbra rosse, le forme morbide delle fanciulle sono accarezzate da numerosi strati di seta colorata il cui numero variava in base al rango sociale e i capelli venivano di solito raccolti in una elaborata acconciatura riccamente adornata con gioielli e diademi. Lo stile delle Juka Bijin è con tutta probabilità lo stesso che venne adottato dalla corte imperiale Nara, dimostrando così che, in questo periodo, l'estetica coreana venne completamente abbandonata, in favore di quella puramente cinese.

L'epoca dell'influsso continentale in Giappone cessò a partire dal periodo Heian (794-1185) quando la capitale imperiale venne definitivamente spostata da Nara a Heiankyō 平安京, l'attuale Kyōto. Da quel momento in avanti, il Giappone chiuse quasi ogni tipo di missione oltreoceano, fatta eccezione per quello di stampo politico-religioso, sviluppando un gusto estetico più autoctono e indipendente, ma le cui basi poggiarono comunque su una tradizione artistica estera durata più di due secoli.


Bibliografia

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KIDDER, J. Edward, The Newly Discovered Takamatsuzuka Tomb, in “Monumenta Nipponica”, Autumn, 1972, Vol. 27, No. 3, pp. 245- 251, Sophia University.