Ikkyū Sōjun
Lo zen della disobbedienza

Scritto da Ornella Civardi -

Tutti i culti, in tutte le epoche, tendono a evolvere secondo due direttrici, una ortodossa e istituzionale, propugnata dal clero che vi fonda la propria autorità e ne rivendica la trasmissione, e una più irregolare, individuale, mistica, che in genere si fa portatrice di una forte carica trasgressiva, sia verso il potere costituito sia nei confronti del senso comune. Proprio in virtù di questo slancio sovvertitore, spesso è accaduto che alle tradizioni eterodosse si associasse l’immagine della follia. In Russia chiamavano jurodivyj (pazzi in Cristo) quegli asceti laceri e sporchi che per le loro capacità di veggenti potevano permettersi di rimbeccare anche gli zar. In Tibet, i nyönpa (pazzi) erano mistici che perseguivano la Via dell’illuminazione al di fuori delle regole e delle pratiche degli ordini monastici, spesso infrangendo tabù legati al cibo o al sesso.

Anche lo zen giapponese ha il suo nyönpa. Si chiama Ikkyū.

Ikkyū è un monaco vissuto nel XV secolo che, coerentemente con il rifiuto di ogni approccio intellettualistico, ha affidato il suo pensiero alla poesia. La raccolta di oltre un migliaio di componimenti che ne restituiscono la profonda, complessa, sconcertante dottrina s’intitola Kyōunshū (Raccolta di Nuvola pazza), perché Kyōun (Nuvola pazza, o Nuvola vagante) è il soprannome con cui Ikkyū amava chiamare se stesso.

Dal principio del mondo
la verità non ha avuto maestri,
La si coglie da soli
per un guizzo spontaneo del cuore.
Sappiate, o miei novizi
giusto adesso ordinati,
L’eterno è qui e ora,
mentre prendono forma queste parole.

Nella filosofia di Kyōun, il primo tabù che va in frantumi è quello che riguarda la figura del Maestro e la sua intangibilità. Non è difficile avvertire in questi versi l’eco di un antico kōan, folgorante nel suo impeto iconoclasta, che recita: «Se incontri il Buddha, uccidilo. Se incontri un maestro della dottrina, uccidilo». Un paradosso apparentemente inaccettabile, dietro cui traspare un’idea semplice e rivoluzionaria, ovvero che la Verità stia dentro, e non fuori di noi. In ognuno è racchiuso un seme di Assoluto (vogliamo chiamarlo Divino? In giapponese è busshō, la “buddhità”), ed è quel seme che va riconosciuto e fatto germogliare. L’esperienza della conoscenza deve scaturire dall’intimo di ciascuno, attraverso un percorso non prestabilito e non omologo a quello di nessun altro. Il Maestro è prezioso non quando si fa spacciatore di una Verità preconfezionata, ma quando sa prendere per mano il discepolo e lo conduce a emanciparsi da lui, a ucciderlo.

Ikkyū però è ancora più radicale. Non solo non possiamo sperare che qualcuno ci scodelli una verità già pronta, ma esistono anche seri dubbi che sia proprio il caso di cercarla questa verità:

Siamo tutti creature
destinate a smarrire la strada,
Profondo è l’inganno
che neppure ci sentiamo ingannati.
Ma se la nostra via
di ricerca non ricercasse la luce,
Allora il divino ch’è in noi
senza sforzo si compirebbe qui e ora.

Ecco un altro paradosso: anche la ricerca dell’illuminazione può essere d’intralcio al suo conseguimento. Dopo tutto, ogni forma di volontà, fosse pure la volontà dell’illuminazione, non fa che riproporre quel dualismo di Soggetto e Oggetto, Pensante e Pensato, Cercante e Cercato, che allontana dalla totalità, dall’Uno originario che dovrebbe essere per l’appunto l’approdo della ricerca. No, la via consiste nel cedere ogni volontà, ogni tensione, ogni conatus per affidarsi alla fluidità e all’intensità del presente. Consiste, in sostanza, nell’essere quello che si è. Se esiste una speranza di raggiungere l’illuminazione, è nel fregarsene dell’illuminazione.

Chi sentendo un mattino schioccare il bambù
scordò tutto ciò che sapeva;
Chi udendo i rintocchi della veglia quinta di notte
fu liberato di ogni suo dubbio.
Tutti gli antichi, ch’io sappia,
s’illuminarono senza battere ciglio,
Tao Yuanming fu il solo
ad aggrottare la fronte perplesso.

Negli ambienti dello zen Rinzai in cui si forma Ikkyū, circolano molte storielle di illuminazioni esemplari. La prima delle due citate in questa poesia – l’illuminazione del maestro Xiang Yan Zhixian del IX sec. – segue un modello ricorrente. Zhixian è un discepolo tenace e volonteroso che per anni si spacca la testa sui testi sacri, ma non riuscendo in nessun modo a raggiungere l’agognato traguardo, alla fine rinuncia. Brucia tutti i suoi libri e parte, comincia a vivere alla giornata. A quel punto, quando ha ormai smesso di cercarla, è l’illuminazione a trovarlo. Un mattino, per uno stimolo banalissimo e casuale, il tonfo prodotto da una tegola su un tronco di bambù, s’illumina.

Già qui abbiamo un primo rovesciamento del senso comune, del valore che di consueto si attribuisce ai libri, allo studio, all’apprendimento della dottrina. Ma il vero ribaltamento di visuale, folgorante come una scossa elettrica, è quello prodotto dall’ultimo verso. Di fronte alla pienezza estatica dell’illuminazione, il poeta daoista Tao Yuanming aggrotta la fronte perplesso, in qualche modo prende le distanze. C’è l’idea che anche il satori, che pure è il momento più alto per chi percorre la via, quando diventasse certezza conquistata una volta per tutte, orgoglio di sapienza acquisita, si trasformerebbe in «un vestito troppo stretto», una camicia di forza. Nella fluidità dell’Essere, una verità dogmatica e ossificata perderebbe per ciò stesso il suo statuto di verità. Nulla è sacro per sempre, nulla è sacro in assoluto.

Dimmi, si può pesare
la virtù d’un maestro?
Pure s’agitano le lingue
a spiegare la Via, dello zen a blaterare.
Il vecchio Ikkyū per natura
rifugge la fede pelosa:
Nel buio il mio naso s’aggriccia
al profumo d’incenso davanti all’altare.

L’atteggiamento disobbediente che percorre da cima a fondo la poesia di Ikkyū senza dubbio è un portato della sua indole e della sua storia, ma è anche in qualche modo rituale. Dichiaratamente il maestro, che vive in un’epoca di sclerotizzazione della dottrina, intende rifarsi allo spirito del primo zen, ancora innervato da quello slancio sorgivo che hanno le vie spirituali da giovani, in cui l’infrazione era sistematicamente promossa come un valore fondante. Per Ikkyū, come per tutto lo zen degli inizi, la verità si acchiappa dando scacco alla logica, al senso comune, a se stessi. Portandosi sempre un passo oltre, con un processo simile a quello che oggi chiamiamo “pensiero laterale”, che consiste poi nella capacità di vedere ogni situazione da un’angolatura alternativa, di destrutturare il senso, di capovolgere la narrazione.

Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratti solo di un atteggiamento. Le provocazioni blasfeme di Ikkyū (una poesia s’intitola “Le scritture, carta da gabinetto”) hanno una salda radice concettuale. Se il divino è in tutte le cose («anche in pancia a un somaro»), ecco che cessa di avere un senso qualsiasi distinzione fra alto e basso, assoluto e relativo, anima individuale e anima universale, sacro e profano. Il sacro è tanto sull’altare quanto nella latrina, e al maestro dà un certo fastidio che l’altare se ne arroghi sempre l’esclusiva.

Bersaglio delle sue staffilate sono soprattutto gli apparati del sacro, ovvero tutti quei riti e precetti che nulla hanno a che vedere con la sostanza della dottrina, ma spesso vengono confusi con questa. Ebbene, Ikkyū s’incarica di sottolineare la differenza, non solo con i versi ma anche con l’agire, mettendo in atto tutta una serie di comportamenti antinomistici: ostenta la sua presenza in luoghi disdicevoli per un monaco (la taverna, il bordello), beve vino e mangia carne, proibita al clero buddhista, se ne infischia delle funzioni al tempio e così via.

La questione fra lecito e proibito inevitabilmente ne solleva un’altra, più profonda e difficile, fra bene e male. Nello zen esiste un kōan molto antico e molto moderno, audacissimo, che Ikkyū pone a fondamento di quel lavoro di autoanalisi da cui deve partire il cammino verso l’illuminazione. Lo si può leggere in un esercizio di calligrafia dello stesso Ikkyū tuttora esposto al Daitokuji, e dice testualmente: «Facile è entrare nel regno del bene, difficile è entrare nel regno del male».

Ma come? Il difficile non era fare il bene? Una prima interpretazione, più elementare, potrebbe incardinarsi sull’idea che l’uomo, partecipando della sostanza divina dell’universo, non possa che essere intrinsecamente buono. E se riuscisse a non farsi irretire da quelli che il maestro chiama «gli arzigogoli» della mente razionale, dalle convenienze sociali, dall’interesse, i frutti del suo agire non potrebbero essere che buoni.

Boscaioli e pescatori,
loro sì che la sanno.
Non hanno bisogno di scanni preziosi,
di appositi palchi per fare lo zen.
Sandali di paglia e bordone
per girar l’universo,
La pioggia per casa l’aria per cibo
una vita intera.

Dunque non il rito, non la logica sociale, ma la via di natura. Alla fine, l’etica di Ikkyū ha un solo precetto: conservare quell’innocenza dei sensi e del pensiero che è propria dell’infanzia, mantenersi liberi e spontanei, pur con tutte le debolezze e le contraddizioni che questo inevitabilmente comporta.

Il suo modello di santo non è il virtuoso tutto d’un pezzo che sbatte la propria virtù in faccia ai peccatori. Troppo facile è percorrere la via in solitudine. Il cammino della santità va percorso nel mondo, immergendosi fino al collo nella polvere dalla società, anche a rischio di rimanerne contaminati. Per l’eremita virtuoso, così arido e privo di umanità nella sua perfezione, ci sono solo parole sarcastiche:

Dall’alto del suo cocuzzolo solitario
guarda con distacco la polvere del mondo:
Trent’anni, una vita
senza lasciare quei monti.
Mi ricorda Nanyang
col suo mucchio di foglie tra le braccia:
Mezzo corpo al caldo,
il resto un pezzo di ghiaccio...
Sta bene da solo
e s’adombra se ha qualcuno d’attorno,
Arido nella sua sapienza come avesse perduto
ogni foglia, ogni fiore volato nel vento.
S’avventurasse mai
col giusto sguardo nel mondo,
Da lunghi inverni insecchito rinverdirebbe
in una primavera di fiori il vecchio tronco.

Illuminato non è l’asceta che si compiace della propria sapienza, ma al contrario chi ha imparato a riconoscere l’imperfezione dentro di sé, che è la cosa più difficile. Ecco perché così arduo è entrare nel regno del male. Ma bene e male sono le due facce inscindibili e complementari di ciò che esiste, e essere uno con il Tutto significa portare dentro, insieme con la luce, una zona d’ombra che è fatta di dolore, morte, limite, qualche volta malvagità. «Destino dell’uomo,» dice Ikkyū «è possedere un’anima divina e una di demone, insieme». Riconoscerlo è la premessa per riuscire ad abbracciare l’anima di demone con l’anima divina. Lo ripeterà Jung qualche secolo dopo.