I pirati dei mari orientali

Scritto da Veronica Gambilare -
Scrivere una storia della pirateria dalle sue prime origini sarebbe impresa impossibile. Equivarrebbe in sostanza a scrivere la storia marittima del mondo1.

La pirateria non conosce confini geografici e limiti cronologici. Anche se l’immagine del pirata radicata nell’immaginario popolare (peraltro molto lontana dalla realtà) è ormai indiscutibilmente legata ai banditi occidentali che scorrazzavano nei Caraibi tra il XVI e il XVIII secolo, la pirateria fu un fenomeno esteso su scala mondiale. Per quasi un millennio, le coste di Cina, Corea e Giappone vennero sistematicamente devastate dai banditi del mare e a loro volta diedero i natali ad alcuni tra i più influenti pirati di sempre, anche se i loro nomi rimangono poco noti.

La pirateria si mosse di pari passo con l’intensificarsi dei commerci, motivo per cui all’aumentare degli scambi commerciali, aumentarono anche le attività dei pirati. Questa considerazione non vale solo per i pirati orientali2 ma per quelli di tutto il mondo e di tutte le epoche. I mari di Cina e Giappone furono teatro delle scorrerie dei pirati per secoli. All’interno di questo arco temporale si notano dei picchi di attività: l’epoca d’oro della pirateria giapponese si esaurì all’incirca all’inizio del sakoku, per ragioni di facile comprensione: la chiusura delle frontiere si tradusse in una drastica e intenzionale riduzione del traffico marittimo. Privi di prede e stanati dalle autorità, i pirati giapponesi si diedero a incursioni sporadiche e meno impegnative. In Cina invece, i periodi ostici furono parecchi ma quello più recente e meglio documentato si registrò nel XIX secolo, nelle coste meridionali, quando enormi bande di pirati misero a repentaglio l’intero sistema commerciale, compromisero le relazioni internazionali e distrussero decine di villaggi.

La vita quotidiana e le abitudini di un pirata giapponese variarono molto a seconda dell’epoca e della latitudine. Le isole del Mare Interno fornivano delle ottime basi: i banditi del mare sferravano i loro attacchi da castelli fortificati situati sulla costa che avevano il duplice vantaggio di offrire una buona visibilità sul territorio circostante e di essere facilmente difendibili. Purtroppo non ci è pervenuta nessuna nave intatta risalente al medioevo giapponese ma gli studiosi hanno concluso che le imbarcazioni utilizzate da pirati fossero le stesse dei mercanti e dei pescatori, analogamente a quanto accadeva in Occidente. Dal XV secolo in poi, le navi pirata giapponesi dovettero modificarsi a seconda delle esigenze delle bande. Si suppone che il tipo di imbarcazione più in voga fosse il kenminsen, solitamente utilizzato per missioni diplomatiche e commerci. Lunghe circa 55 metri, dotate di due alberi per l’allestimento delle vele, vennero adattate per resistere anche alla navigazione in mare aperto. Si presume fossero particolarmente apprezzate dai pirati perché munite di una stiva particolarmente ampia, entro la quale veniva conservato il bottino. Con molta probabilità, anche le atakebune e le sekibune erano molto gradite, con la differenza che queste ultime si presentavano quasi esclusivamente come navi da guerra, più piccole del kenminsen ma leggermente più agili, vista la propulsione mista a remi e a vele. Le navi di questo tipo contavano circa 140 uomini, erano armate con tre cannoni e una trentina di archibugi. I pirati giapponesi in effetti prediligevano armi da fuoco e spade ma è stato documentato anche l’uso di rampini, archi, lance e horoku, delle bombe incendiarie. Se in un primo tempo l’equipaggiamento di un singolo pirata era rudimentale e raffazzonato con strumenti di fortuna, nel XVI secolo le armi e le armature divennero più elaborate: il comandante indossava le insegne del suo rango, mente la ciurma portava corazze più leggere, adatte a combattimenti sulle navi.

Dal V secolo d.C., i pirati che compivano la loro scorrerie in Cina e in Corea furono noti come wakou (倭寇 in giapponese, 倭寇 in cinese, 왜구 in coreano), “pirati giapponesi” o “pirati nani”. Il primo dei due ideogrammi designa l’antico nome del Giappone, il che lascia pochi dubbi sull’identità etnica di questi pirati. In realtà, le bande erano composte da un vasto campionario di nazionalità, motivo per cui non sarebbe corretto attribuire ai soli giapponesi la colpa delle razzie. Non solo: gli stessi abitanti del Giappone subivano sistematicamente le devastazioni dei pirati, tanto da costringere i governi locali a prendere seri provvedimenti. Tra l’XI e il XII secolo, il clan Taira guadagnò un certo prestigio impegnandosi con successo nella lotta contro i pirati. Nel secolo successivo orde di banditi del mare giapponesi si riversarono più volte sulle coste coreane, incontrando però una resistenza organizzata ed efficiente; finché non furono gli stessi coreani ad attaccare i wakou nelle loro basi nel Kyushu, ottenendo due vittorie. Nemmeno la Cina venne risparmiata dalle devastazioni, che incrinarono i già difficili rapporti tra le due nazioni. Fu Ashikaga Yoshimitsu che riuscì a ricucire le relazioni, riconoscendo formalmente l’autorità dell’imperatore cinese e stringendo accordi commerciali. Nel XVI secolo, poco prima della sua fine, la pirateria giapponese ebbe alcune svolte epocali. Protagonista assoluto di quegli anni fu il Mare Interno, noto già da decenni per essere una delle più importanti basi dei pirati giapponesi. La complessa e traballante situazione politica del Giappone, che versava in uno stato di semi anarchia, non seppe fronteggiare adeguatamente il potere dei signori del mare, che continuarono imperterriti le loro azioni di pirateria in due fronti distinti: i pirati del Mare Interno erano alle prese con una guerra fratricida per il controllo del territorio, quelli stanziati nel Kyushu volsero ancora una volta lo sguardo verso la Cina. L’incapacità del governo cinese di fornire una protezione adeguata agli abitanti dei villaggi costieri e la mancanza di un’autorità giapponese che contrastasse adeguatamente i criminali, incoraggiò le scorrerie. Dopo il 1548, le cose iniziarono a precipitare e le incursioni si fecero sempre più frequenti. Basti pensare che tra il 1551 e il 1560 si verificarono non meno di 467 raid dei wakou. Fu in questi anni che la composizione etnica di queste bande cambiò radicalmente: alcuni documenti ufficiali cinesi riportano che solo una piccola parte dei pirati erano di origine giapponese, mentre il restante era composto da uomini di altre nazionalità, compresi vari uomini europei, portoghesi in particolare. Le spedizioni partivano comunque da porti nipponici ma gli equipaggi venivano reclutati in una zona ben più ampia. Lo scenario era analogo a quello del Mediterraneo tra il XVI e il XVII secolo, l’epoca dei corsari barbareschi. Moltissimi cristiani europei le cui capacità sarebbero passate inosservate in patria, vennero precettati (rapimenti e sequestri erano all’ordine del giorno) o si unirono volontariamente ai pirati musulmani. A differenza delle usanze europee, in cui il rango contava più delle capacità, la marina musulmana accettava chiunque nelle proprie fila. L’unica condizione imprescindibile era la conversione all’Islam ma questo non fu certo un problema per le centinaia di rinnegati europei che, giunti a Tunisi, Algeri o Salè, scalarono rapidamente la gerarchia, arrivando a ricoprire posizioni di assoluto rilievo. In Oriente, i rinnegati cinesi giunsero a decine in Giappone, dove assunsero il comando di varie bande pirata. Fu in questo momento che la pirateria giapponese assunse proporzioni preoccupanti. A prescindere dalla nazionalità, i pirati si organizzarono in grandi gruppi, con basi fortificate poste in luoghi strategici lungo le coste, creando dei piccoli regni autonomi, con modalità molto simili a quelle adottate dai daimyo del periodo Sengoku. L’arrivo degli europei complicò ulteriormente la situazione: i portoghesi furono tra i primi a giungere in Oriente e a fondare empori commerciali in diverse città costiere. Il primo sbarco portoghese in Giappone avvenne per caso, nel 1534, quando dei naufraghi approdarono a Tanegashima, inaugurando il periodo Nanban. Questo arco di tempo fu scandito da un serie di dinamiche ed eventi piuttosto curiosi in cui missionari gesuiti, mercanti europei, pirati giapponesi e daimyo interagirono tra loro. Basti pensare alle singolari modalità con le quali Francesco Saverio giunse in Giappone. Mentre era a Malacca, Saverio venne avvicinato da Yajiro (o Anjiro), un giapponese esiliato per via di alcuni crimini minori. La questione è molto controversa ma secondo Philip Gosse, Yajiro, dopo aver lasciato il Giappone, sarebbe diventato un pirata, approdando a Malacca con una nave portoghese. Lì, nel 1547, incontrò Saverio e, consapevolmente o meno (stando alle fonti Yajiro non era una persona particolarmente istruita), lo convinse che i giapponesi sarebbero stati degli ottimi cristiani. Saverio non si fece sfuggire l’occasione: elaborò un programma di evangelizzazione e di educazione dottrinale grazie alle informazioni di Yajiro che lo seguì in Giappone e divenne il primo giapponese convertito al cristianesimo con il nome di Paulo da Fè. Purtroppo per Saverio, i resoconti di Yajiro erano carichi di distorsioni, mistificazioni e fraintendimenti, motivo per cui il progetto di evangelizzazione subì delle pesantissime modifiche in itinere che, di fatto, complicarono la già delicatissima situazione dei missionari in Giappone. Quando Saverio lasciò il Giappone, Yajiro si diede nuovamente alla pirateria e morì durante un attacco sulle coste cinesi.

Nel XVI secolo fu il clan Murakami ad imporsi nel Mare Interno, soprattutto grazie alla pirateria. La famiglia dispose le proprie forze in tre gruppi di stanza sulle isole di Innoshima, Noshima e Kurushima. I Murakami non si limitarono ad azioni di pirateria ma prestarono servizio come corsari anche per conto di altri clan: la loro esperienza sul mare era ritenuta necessaria per il mantenimento di determinati equilibri di potere. Nemmeno i gesuiti mancarono di citare i signori del mare nelle loro cronache: il missionario Luis Frois incontrò Murakami Motoyoshi che descrisse nelle sue lettere come il “signore di Noshima”.

Come tutti i viaggiatori che transitavano nel Mare Interno, anche ai gesuiti venne imposto il pagamento di una tassa per l’attraversamento del loro territorio: nel 1581, Frois e Alessandro Valignano riuscirono ad evitare fortunosamente il pagamento di una pesante “tassa di passaggio” perché la nave in cui erano imbarcati navigava sotto la protezione del clan Murakami. Non riuscirono però a spuntarla a Sakai, dove furono costretti a versare una grossa somma di denaro ai pirati del posto per l’attraversamento del loro territorio. Insieme alla famiglia Mori, loro alleata, i Murakami fronteggiarono Oda Nobunaga che arrecò loro pesanti sconfitte. Con la riunificazione del Giappone da parte di Hideyoshi nel 1591, la pirateria giapponese iniziò a ripiegarsi su stessa e a spegnersi lentamente, quando la rivolta di Shimabara e la successiva chiusura delle frontiere impedì la quasi totalità dei commerci e dei contatti con l’esterno. Privi di un tornaconto economico, i pirati giapponesi scomparirono in modo pressoché definitivo.

Tuttavia, fuori dal Giappone, nei mari limitrofi, gli europei continuarono i loro floridi scambi con i popoli orientali. Ma non tutti gli occidentali erano animati da buone intenzioni. Simone de Andrada, portoghese, giunse in Cina nel 1540 come mercante ma ben presto preferì la ben più remunerativa attività di trafficante di schiavi, in particolare bambini e donne. Sebbene alcuni studiosi non lo considerino un pirata, anche Mendez Pinto, il famoso esploratore portoghese, si macchiò di atti di pirateria. Una delle su imprese più notevoli lo vide alleato con un pirata cinese, Guiay Panian, contro un bandito del mare. La battaglia fu lunga e sanguinaria e si concluse con la morte dell’avversario e di tutti i suoi compagni, che vennero bruciati vivi dalla ciurma di Pinto. Uno dei più celebri pirati cinesi dell’epoca fu Koxinga. Figlio d’arte, il giovane bandito si intromise nel conflitto tra Manciù e Ming, alleandosi con questi ultimi. Per anni saccheggiò villaggi e città costiere, finché volse la sua attenzione verso gli antichi nemici del padre: gli olandesi di stanza a Formosa. Nel 1661 riuscì a sconfiggere gli europei e a prendere possesso dell’isola, che passò sotto il controllo dell’ex pirata. La vita e le imprese di Koxinga ebbero una tale risonanza da farne un eroe nazionale.

I pirati di tutto il mondo e di tutte le epoche sono accomunati da una avvilente caratteristica: hanno scritto pochissimo su loro stessi, lasciando poche informazioni, molte lacune e tanti dubbi. L’Oriente non fa eccezione. Per quanto riguarda la Cina, solo dal 1800 in poi iniziarono a comparire resoconti più dettagliati sulla vita dei pirati. Questo secolo fu teatro delle imprese di Ching Shih (traslitterata anche come Cheng I Sao, o Zheng I Sao), universalmente riconosciuta come uno dei pirati più potenti di sempre. La donna, ex prostituta, era la moglie di un pirata cinese che per lungo tempo aveva impensierito non poco il governo del suo paese. Come accadeva spesso in Oriente, l’uomo venne preso al servizio dell’imperatore e nominato corsaro. Tuttavia, pur ricoprendo una carica di spicco, tornò alle sue vecchie abitudini da pirata, devastando parecchi villaggi nel Sud-est asiatico. Alla sua morte, la moglie, che nella maggior parte dei saggi in merito viene nominata semplicemente come “la Vedova Ching”, ne ereditò la flotta. Durante il primo decennio del XIX secolo, Ching Shing attaccò sistematicamente e con una ferocia rara, i villaggi della costa cinese meridionale. Mantenendo la flotta divisa in squadre, la Vedova dimostrò una straordinaria capacità organizzativa e un eccezionale senso degli affari. I suoi pirati erano strettamente tenuti ad attenersi ad un severo codice di comportamento che prevedeva, tra le altre cose, la pena di morte per coloro che avessero sottratto parti del bottino o usato violenza su una prigioniera. Tutto il ricavato dei saccheggi veniva accuratamente annotato e archiviato. Riuscì a tessere una fitta rete di alleanze con alcuni villaggi, in modo che i suoi uomini non dovessero mai preoccuparsi dei beni di prima necessità che venivano forniti dai contadini e dai pescatori, previo pagamento. Oltre a preoccupare il governo cinese, la Vedova entrò in conflitto con le compagnie commerciali europee, in particolare con quelle di Portogallo e Inghilterra. Una delle testimonianze più interessanti sulla piratessa cinese venne redatta da Richard Glasspoole, ufficiale inglese a bordo di una nave della Compagnia delle Indie Orientali. Rapito dai pirati, Glasspoole venne riscattato dopo tre mesi di prigionia, non senza aver rischiato più volte la vita nel corso di diversi scontri navali tra il governo cinese e la flotta di Ching Shih. Tra il 1805 e il 1809, la Vedova contava nelle sue file tra i 40.000 e i 60.000 pirati (alcune fonti ridimensionane gli estremi a 20.000-40.000, che rimane comunque un numero esorbitante e ne fa una delle più grandi comunità pirata di tutti i tempi), imbarcati su 400 giunche. Divenne uno dei più temibili avversari del governo cinese che, nel 1810, si persuase del fatto che le sole forze militari non sarebbero state sufficienti a contrastare Ching Shih. Analogamente a quanto successe a suo marito qualche anno prima, anche alla Vedova venne offerta l’amnistia. Conscia del suo enorme potenziale bellico, la donna accettò puntualmente il perdono, spuntando le migliori condizioni possibili: di tutti i suoi seguaci, circa 300 furono puniti o messi a morte per i loro crimini. Ching Shih finì i suoi giorni gestendo con notevole profitto una casa da gioco a Canton, dove era nata.

Sebbene esistano delle differenze, anche piuttosto evidenti, tra pirati che agirono in luoghi geograficamente limitrofi, si possono comunque classificare due modalità di approccio alla pirateria, una prettamente orientale e l’altra tipicamente occidentale. Al di là delle differenze sulla tipologia e l’uso delle armi, sul vestiario e sulle abitudini quotidiane (peraltro poco o nulla documentate), possiamo ipotizzare che alla base di questa diversità risieda il distinto modo di concepire l’individuo e la collettività, che assume connotazioni e significati diversi a seconda del contesto culturale di riferimento. Anche se i pirati occidentali si radunarono più e più volte in grandi flotte (basti ricordare l’epoca dei Fratelli della Costa, durante la quale le città coloniali spagnole venivano sistematicamente rase al suolo da alleanze di pirati di notevoli dimensioni), si comportarono sempre come “cellule singole”, privilegiando gli attacchi verso navi o città costiere. I pirati orientali solitamente agivano in modo più capillare e più organizzato rispetto alla loro controparte occidentale, predisponendo delle reti di influenza entro le quali avevano pieni poteri: assaltavano un determinato numero di villaggi sparsi in una regione, uccidevano, rubavano e infine chiedevano periodicamente un tributo, necessario perché i pirati non infierissero nuovamente sugli abitanti del posto, quasi sempre contadini o pescatori. In questo modo, oltre ai bottini sporadici, si garantivano un flusso costante di denaro e merci che permise loro di strutturare delle flotte solide e potenti. Raramente i pirati occidentali agirono in modo simile, limitandosi appunto ad attacchi individuali, anche se richieste di riscatto e sequestri erano piuttosto frequenti. Di conseguenza, in Oriente la pirateria assunse forme e inclinazioni che ricordano da vicino il modus operandi delle organizzazioni mafiose, con un assetto interno tendenzialmente più funzionale (per i loro scopi) di quello delle bande occidentali. Altra differenza tra Oriente e Occidente riguarda la considerazione e la presenza femminile a bordo delle navi3. Purtroppo la penuria di informazioni non ci consente di tracciare un quadro preciso, soprattutto per quanto riguarda le ciurme orientali ma è assodato che tra le fila di Ching Shih militassero moltissime donne, alcune delle quali vennero ricordate nelle testimonianze per atti di eroismo. Ad un diverso modo di concepire la pirateria, corrisponde un diverso modo di contrastarla. In Occidente, di fronte ad un’autorità giudiziaria, un pirata aveva poche possibilità di evitare la condanna a morte. Considerati come hostis humani generis, i pirati non godevano di alcuna attenuante della pena, tanto che spesso vennero impiccati anche uomini innocenti, costretti dai malviventi ad unirsi a loro. In Oriente, la questione assunse delle sfumature interessanti. Capitava di frequente che le ciurme pirata assumessero una rilevanza numerica e un potenziale bellico tale da costringere alla resa gli stessi governi. In questo caso, al capo veniva offerta l’amnistia, per mezzo della quale, insieme ai suoi accoliti, veniva incluso nelle fila delle forze militari “legali” come corsaro. Fu questo il caso di Koxinga, di Ching Shih e di suo marito ma gli esempi potrebbero continuare.

Un tema di confronto rilevante è il modo con cui veniva considerata la pirateria. Nel mondo antico occidentale, non aveva un’accezione totalmente negativa ma rientrava a pieno titolo nella categoria delle attività commerciali. In breve, pirateria, difesa dei commerci e banditismo non venivano distinti in modo netto e un semplice mercante o pescatore, per arrotondare i guadagni, poteva decidere di compiere qualche atto di pirateria, consapevole del fatto che le conseguenze non sarebbero state per nulla gravi. Solo dal I secolo a.C. in poi, quando il fenomeno iniziò ad incrinare seriamente scambi commerciali e relazioni diplomatiche, i pirati vennero ritenuti banditi e condannati. In Oriente invece, commercio e pirateria rimasero indissolubilmente legati per molto più tempo. Non era affatto raro che durante i periodi di pace, contadini e pescatori svolgessero il loro mestiere, prendendo invece la via del mare durante la guerra. Se da una parte consuetudini, modalità di attacco e strategie erano molto diverse tra Oriente e Occidente, dall’altra le analogie non si contano. I motivi che spingevano un uomo a darsi alla pirateria erano gli stessi: povertà, disoccupazione e desiderio di rivalsa nei confronti di un sistema sociale che li aveva emarginati. Le grandi ondate di pirateria spesso si registrarono dopo carestie o guerre. Pochissimi di loro provenivano da famiglie abbienti o contesti aristocratici, mentre la maggior parte erano ex marinai vessati dalle pessime condizioni di viaggio e dalle brutalità dei loro superiori. A bordo di una nave pirata occidentale del XVI-XVIII secolo vigeva un regime democratico, tale per cui ogni singolo pirata godeva di ampia libertà decisionale e il suo voto valeva tanto quanto quello del capitano. Nelle ciurme orientali, il funzionamento era leggermente diverso ma nulla fa pensare che l’atmosfera fosse tanto più rigida rispetto a quella di una nave mercantile o corsara. Una caratteristica in particolare accomuna i pirati di tutte le epoche e di ogni luogo: avendo indicativamente pochi mezzi e poche risorse a loro disposizione, erano costretti ad adattarsi ad ogni condizione. L’assunto era applicabile a qualsiasi campo, dalle armi alla scelta dei membri dell’equipaggio, dalla tipologia di navi ai viveri.

Dovunque e in ogni epoca, i pirati plasmarono la storia. Distrussero accordi, danneggiarono reti commerciali, intaccarono relazioni diplomatiche, uccisero e rubarono con poca o nulla considerazione per trattati di pace e alleanze e con un singolare sprezzo della vita. Non solo quella delle loro vittime ma per la loro stessa. Nonostante i diversi modi di agire, i pirati di tutto il mondo furono accomunati da un forte senso di ribellione e insofferenza. “Mossi da inesausta sete di denaro, ansiosi di acquistare e vendere merci (esseri umani inclusi), privi di qualsiasi dirittura morale, i pirati del passato certi aspetti del presente ce li ricordano. Non i migliori.”4


Note

1. Cit. P. Cordingly, Storia della pirateria, Odoya, 2008, Milano, p. 11. ↩︎

2. La formula “pirati orientali” comporta necessariamente una generalizzazione: un pirata giapponese presentava delle differenze piuttosto spiccate con un suo collega contemporaneo filippino, cinese, coreano o indiano. Era diverso il modo di navigare, le modalità di gestione dell’equipaggio, le armi e le imbarcazioni. Nel presente articolo si esamineranno le forme di pirateria in Cina e in Giappone, rimanendo consapevoli che questi esempi non esauriscono il fenomeno della pirateria orientale nella sua completezza ma ne forniscono una panoramica parziale. Per approfondire la questione sull’identità orientale si vedano: G. Pasqualotto, East & West. Identità e dialogo interculturale, Marsilio, Venezia, 2011; M. Ghilardi, Arte e pensiero in Giappone, Mimesis, Milano-Udine, 2011. ↩︎

3. Studi recenti hanno comunque rivelato che, nonostante le superstizioni, il numero di donne a bordo fosse considerevolmente maggiore a quanto ritenuto fino a poco tempo fa. Il fatto che non venissero registrate come membri dell’equipaggio e raramente venissero conteggiate come passeggere, ha portato a credere che fossero una ristretta minoranza, dato smentito da alcune considerazioni e ricerche. Si veda: A. Spinelli, pp. A. Spinelli, Tra l’inferno e il mare, Fernandel, Ravenna, 2003, pp. ↩︎

4. Cit. V. Evangelisti in P. Gosse, Storia della pirateria, tr. it. S. Caprioglio, Odoya, Bologna, 2008, p. 10. ↩︎


Bibliografia

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