I motivi decorativi giapponesi nella Cina repubblicana
Verso la modernità

Scritto da Giulia Cappello -

Attraverso lo studio della produzione artistica è possibile capire l’evoluzione di un paese e lo sviluppo del suo rapporto con l’estero.

Un esempio interessante è rappresentato dai motivi decorativi cinesi del periodo repubblicano che, a seguito di importanti sviluppi storici e politici, sono cambiati radicalmente non solo dal punto di vista estetico, ma anche a livello di significato. Per comprendere al meglio questo processo, occorre analizzare la transizione dal periodo imperiale Qing (1644-1912) al periodo repubblicano (1912-1949).

La Cina, a seguito della sua sconfitta nelle due guerre dell’oppio (1839-1842 e 1856-1860), dovette firmare una serie di trattati con i paesi occidentali per l’apertura dei porti commerciali sulla costa orientale e garantire a tali paesi uno status privilegiato. Per via della crisi che si era venuta a creare, i funzionari Qing attuarono una serie di progetti per appropriarsi della scienza e della tecnologia straniere e per migliorare l’industria cinese.

Per quanto riguarda il settore tessile, importarono nuovi macchinari come filatoi a vapore per la trattura dei bozzoli di bachi da seta e nuovi tessuti attuando numerosi investimenti: tutto ciò ebbe un impatto molto significativo sulla produzione tessile indigena che, insieme alla riforma del design moderno e alla rivoluzione della moda, si tradusse in un’evoluzione stilistica dei motivi decorativi, che riflettevano anche gli aspetti politici, sociali ed economici del tempo, al punto da svolgere un ruolo importante nella formazione dell’identità culturale del paese.

La contrapposizione tra l’appropriazione delle nuove tecnologie straniere e il desiderio di promuovere “prodotti nazionali” (国货guóhuò) da parte dei produttori tessili cinesi, rappresentava un vero e proprio paradosso intrinseco nella realtà cinese del periodo. I beni occidentali che stavano entrando in Cina, infatti, rappresentavano una seria minaccia. Se da un lato il loro consumo danneggiava l’economia cinese e in particolare il potere nazionale, dall’altro stava contribuendo alla modernizzazione del paese, che tentava di raggiungere il livello delle altre potenze straniere: la sua occidentalizzazione lo stava trasformando sul piano internazionale in un paese moderno, al pari degli altri paesi occidentali.

La trasformazione che stava avvenendo all’interno della società moderna cinese a livello manifatturiero e anche sul piano dell’istruzione, era del tutto inseparabile dall’imitazione degli esempi stranieri, non soltanto europei e americani, ma in modo particolare giapponesi. Il governo cinese aveva già rivolto l’attenzione verso il Giappone, che non solo si fece promotore del “design industriale”, ma divenne nel periodo repubblicano ispirazione per moltissimi artisti cinesi, intenti ad adottare motivi più decorativi e astratti, in linea con lo stile di vita moderno che aveva ormai soppiantato gli aspetti più tradizionali della società cinese. Persino il sistema di istruzione superiore imitava strettamente quello giapponese, tanto che moltissimi artisti e designers cinesi scelsero di apprendere i principi e il vocabolario del design moderno attraverso viaggi di studio in Giappone.

Ne è un famoso esempio l’artista Chen Zhifo 陈之佛 (1896-1962), che fu il primo studente straniero a frequentare i corsi di design e arti applicate alla Tokyo Fine Arts School (oggi Tokyo University of the Arts). Al suo ritorno in Cina fondò lo Shangmei Design Museum, insegnò design in numerose università sparse per il paese, e fu tra gli intellettuali che dibatterono sul concetto di “pattern”. Chen Zhifo sosteneva che quando si produce un oggetto è necessario attribuirgli un determinato motivo decorativo che gli sia adatto, secondo la sua funzione e che non lo renda semplicemente bello esteticamente: il concetto, dunque, portava con sé elementi pratici e funzionali.

I pattern in stile giapponese che venivano maggiormente utilizzati per le stoffe e gli indumenti cinesi del periodo repubblicano derivavano dalla tintura tradizionale yuzen.

Si tratta di una tecnica nella quale per l’illustrazione viene realizzata una pasta colorata ottenuta dal riso glutinoso, poi il tessuto viene immerso nella tintura, creando così uno stile unico, simile ai soggetti della pittura classica, che lo rendeva distintivo in Europa e in tutto il mondo. Questo processo permette inoltre di ottenere motivi decorativi estremamente slanciati e colorati. Per quanto riguarda i soggetti utilizzati, i pattern yuzen erano molteplici e complessi, variavano da motivi floreali e geometrici, a motivi più realistici e figurativi, a volte combinando elementi risalenti alla dinastia cinese Tang (618-907) con altri appartenenti alla tradizione giapponese.

I motivi in stile giapponese si ritrovano ampiamente sui tessuti del cheongsam, o qipao, divenuto indumento per eccellenza tra gli Anni ‘20 e ‘30 del 1900 in Cina e che rappresentava l’unione tra la tradizione e la modernità, tra la cultura cinese e quella occidentale. I fiori, uniti alle linee geometriche, cercavano di enfatizzare la ripetizione di alcuni elementi e di esprimere un senso di ritmo. Tra questi era possibile trovare soggetti come i fiori di ciliegio di periodo Heian giapponese (794-1185), altri derivanti dai soggetti delle stampe ukiyo-e, altri ancora derivanti dai motivi cinesi tradizionali come il fulmine, gli otto immortali, il motivo dei sette tesori, i fiori della peonia o del crisantemo, il frutto del melograno, a volte combinati tra loro in un unico motivo decorativo, spesso influenzati anche dagli stili occidentali di Art Nouveau e Art Déco.

Il motivo a ventaglio era uno dei pattern in stile giapponese più comuni: fu creato durante il periodo Heian (794-1185), sulla base del ventaglio cinese di foglia di tifa ed era stato utilizzato ampiamente nel periodo Kamakura (1185-1333). Il pattern solitamente raffigura uno o più ventagli, che possono essere completamente aperti, aperti per metà o chiusi, e possono seguire l’esempio delle composizioni floreali. Tale diversità di composizione la si può osservare nella figura qui sotto, in questi esempi di motivi a ventaglio nello stile tradizionale giapponese: il primo esempio degli Anni ‘20 del 1900 si presenta come un accostamento di ventagli e nastri su tessuto in raso broccato con uno sfondo azzurro uniforme; il secondo esempio appartiene a una blusa scamiciata in raso risalente invece agli Anni ‘30 del 1900. È interessante notare la presenza di due tipologie differenti di ventaglio: uno con fiori di ibiscus su un prezioso sfondo interamente realizzato in filo dorato, l’altro dove gli stessi fiori vengono posti su di uno sfondo in raso marrone. Nell’ultimo esempio, il ventaglio è presentato capovolto, con una resa decorativa più essenziale e moderna.

L’importazione dei tessuti dal Giappone ebbe un profondo impatto persino sulla percezione che il consumatore aveva del colore che veniva scelto per la realizzazione degli indumenti. La famosa scrittrice sino-americana Eileen Chang (1920-1995) scrisse uno splendido saggio sull’armonia cromatica che i tessuti giapponesi furono in grado di trasmetterle e descrisse minuziosamente le fantasie dei tessuti e i colori più comuni utilizzati, spesso neutri e definiti come “civilizzati”, come ad esempio il grigio e il verde.

Con la caduta delle dinastie imperiali precedenti e l’inizio del periodo repubblicano, grazie anche alla transizione dalla società rurale a quella industriale e al processo di modernizzazione, favorito dall’incontro con l’Occidente, le connotazioni morali e regali che erano state attribuite ai motivi decorativi vennero soppiantate dal senso estetico e dalla libertà di scelta da parte della classe urbana cinese.


Bibliografia

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