I kokeshi del Tōhoku
Immagine di Kokeshi tratta da www.1stdibs.co.uk

I kokeshi del Tōhoku

Scritto da Maria Teresa Orsi -

Qualcuno li chiama i kokeshi, qualcun altro le kokeshi e qualcun altro ancora, tendenzialmente dispettoso, li chiama “birilli”, ma loro accettano sereidnte tutti questi appellativi, sapendo bene, pur senza aver mai letto Shakespeare, che «ciò che chiamiamo rosa, anche con un altro nome, conserverebbe sempre il suo profumo». Queste «bambole» di legno, semplici, colorate a mano in una codificata ma pressoché infinita variazione di rappresentazioni formali, costituiscono uno degli esempi più singolari dell’artigianato povero nato nel nord est del Giappone, nella regione conosciuta come Tōhoku. Ancora relativamente ai margini dei circuiti turistici più affollati (se si esclude forse la baia di Matsushima con le sue 200 e più isole coperte di pini), il Tōhoku possiede una sua particolare bellezza, dove i paesaggi fatti di montagne boscose, torrenti e laghetti si incrociano con leggende di folletti e streghe, donne di neve, scimmie dispettose e divinità protettrici dei bachi da seta. E’ inoltre costellato di onsen, in passato poco più che villaggi ricchi di sorgenti termali, attorno ai quali, nel tempo, si è sviluppata una cultura del benessere nostalgicamente connessa alla tradizione e ai suoi valori.

I kokeshi presumibilmente sono nati agli inizi dell’Ottocento, per opera degli abitanti dei villaggi di montagna, poi trasferitisi nei vari onsen, dove tuttora la maggior parte degli artigiani mantiene i suoi laboratori. Oggi, più o meno diffusi ovunque nei negozi di souvenir, e trasformati in semplici omiyage da comprare frettolosamente e da portare in ricordo ad amici e parenti, talvolta considerati, soprattutto al di fuori dai confini del Giappone, come oggetti di scarso fascino, hanno invece una valenza culturale ed estetica tutt’altro che trascurabile. E non ci vuol molto, anche all’occhio più distratto, per scoprire come dietro la conformità di un modello di partenza, i kokeshi, in particolare quelli tradizionali del Tōhoku, possiedano una capacità di differenziarsi in mille modi: nella forma, dove il “cilindro” di base può essere più o meno sottile, più o meno robusto e tarchiato, arrotondato al centro o verso il fondo, rastremato al punto vita; nella “pettinatura”, a caschetto il più delle volte, ma anche animata da nastri e raggere; nel taglio degli occhi e della bocca, che li fa apparire ora assorti, ora svagati, ora sorridenti, ora ammiccanti, ora stupiti del mondo che li circonda; e nel loro “abbigliamento”, dove il caldo colore del legno si accompagna a tinte luminose, al rosso soprattutto, ma anche al giallo e al viola, e a disegni che vanno da astratte linee orizzontali a motivi floreali di susini, crisantemi, peonie, iris.

Sull’ origine dei kokeshi ci sono varie ipotesi; le più accreditate suggeriscono che siano nati fin dall’inizio come semplici giocattoli, ma si parla anche di possibili derivazioni da oggetti di culto popolare come gli oshirasama della provincia di Iwate (divinità protettrici del baco da seta e della famiglia, a forma di cilindri di legno o bambù, con volto umano o a forma di testa di cavallo, e rivestiti da «abiti» di stoffa ): oppure gli amagatsu (天児), pupazzi di legno o bambù, con il corpo a forma di T e la testa rotonda, in uso già nell’XI secolo come «sostituti» per proteggere i neonati da malattie e disgrazie1.

L’etimologia del nome è incerta. Ma di sicuro quelli che oggi chiamiamo kokeshi avevano in origine diverse denominazioni dialettali, a seconda delle località in cui venivano prodotti: kokesu, boko, nagaoboko, deko, kinakina, e così via. Soltanto nel 1940, all’epoca del primo grande boom di questi oggetti, un gruppo di studiosi e artigiani riuniti a Naruko, decise di unificare i nomi in un unico appellativo, appunto kokeshi2.

Oggi, i kokeshi sono in genere raggruppati in tre grandi categorie: I kokeshi tradizionali (伝統こけし), rigorosamente prodotti nel Tōhoku da artigiani addestrati secondo un apprendistato riconosciuto, creati con il tornio da legna di corniolo (o di acero, ciliegio, o camelia), dipinti e completati a mano secondo forme e disegni tramandati da generazioni. Sono divisi in dieci o, secondo altre classificazioni, undici grandi gruppi o famiglie(), i cui nomi per lo più sono quelli dei luoghi di origine: sono in buona parte concentrati nelle tre grandi provincie di Fukushima, Yamagata e Miyagi e hanno come centri principali gli onsen di Tsuchiyu, Naruko e Togatta3.

Ai kokeshi tradizionali si affiancano i “nuovi kokeshi” o “kokeshi di nuova forma”(新型こけし) , nati nell’ultimo dopoguerra e prodotti su vasta scala. La struttura, i disegni e i colori vengono decisi su base individuale, senza un preciso rapporto con la tradizione. E infine i “kokeshi creativi” (創作こけし) , anch’essi piuttosto nuovi, generalmente prodotti in un solo esemplare, con intenti artistici e originali, usando liberamente materiali e colori, anche in questo caso senza legami con la tradizione. Da un certo punto di vista questi sono i più interessanti e suscettibili di essere promossi (non appena accolti nel capitale culturale e gratificati da una qualsivoglia canonizzazione) a opera d’arte. Tuttavia, i kokeshi tradizionali restano senza dubbio i più autentici rappresentanti di un tipo di artigianato che mantiene salde le sue radici, nonostante le periodiche crisi che hanno colpito i luoghi di origine (non ultima quella che ha fatto seguito al Grande terremoto del 2011 e alle sue tragiche conseguenze, dallo tsunami al disastro di Fukushima). E’ un artigianato tenace, orgoglioso e consapevole che continua a difendere la propria specificità ed è divenuto in Giappone oggetto di studi, di mostre e di collezionismo. Dopo i due grandi boom del 1940 e degli anni Sessanta e Settanta, sembra oggi avviato verso una nuova stagione di popolarità e sta cominciando a essere conosciuto e apprezzato anche in Occidente.

Un viaggio nel Tōhoku, alla ricerca di kokeshi e dei loro artigiani può essere un’esperienza piacevolissima, quasi quanto scoprire i templi zen di Kyoto. Perché già arrivare a Tsuchiyu, a Tōgatta o a Sakunami significa dimenticare le città affollate, i turisti rumorosi, lo Shinkansen superveloce. Qui il tempo rallenta il suo passo: non mancano i grandi alberghi in stile semi occidentale, nati all’epoca del grande sviluppo economico poco rispettoso dell’ambiente, ma hanno ormai un’aria dimessa e spaesata, sembrano quasi chiedere scusa e volersi nascondere per ridare la giusta centralità alle vecchie locande e i bagni pubblici. Questi sono edifici a due piani rigorosamente di legno, che si allineano su strade strette e scoscese, dove si affacciano anche le botteghe degli artigiani, mentre qua e là si aprono gli ashiyu, canali o specchi di acqua caldissima dove poter immergere i piedi affaticati, se solo si riesce a sopportarne la temperatura. Ma i veri protagonisti sono “loro”, i kokeshi. Sono grandissimi ai due lati dell’uscita dalla piattaforma del treno o nell’atrio della stazione, a figura intera trasformati in quelle buffe strutture a dimensione d’uomo, con un spazio vuoto all’altezza della testa dove il visitatore può affacciarsi per trasformarsi lui stesso in un kokeshi vivente e fare la fotografia d’obbligo. Si presentano all’ingresso di ristorantini o locande, lungo la strada principale (che a Naruko si chiama Via dei kokeshi, come era prevedibile), si trasformano in cabine telefoniche, laddove questo tipo di comunicazione ancora sussiste, in cassette per le lettere davanti agli Uffici postali, esibiscono in controluce la loro immagine dietro gli shōji di qualche finestra illuminata, ma soprattutto si affollano nei laboratori/negozi degli artigiani.

Sono negozi per lo più abbastanza piccoli e caratterizzati da un disordine meticoloso e coltivato con cura: il tavolo da lavoro con il tornio (quello elettrico, perché ormai il vecchio tornio a pedale, è stato confinato nei musei), affiancato da martelli, pialle, carta vetrata, pennelli e colori e naturalmente trucioli a non finire;

ampie ceste dove si mescolano i pezzi ancora incompiuti o quelli ormai dismessi, ma che tuttavia non creano il malinconico effetto delle bambole di plastica abbandonate, perché ritornano a essere legno, magari un po’ consumato e appannato, ma pur sempre materia naturale. E poi, quasi a controbilanciare l’immagine di una effimera esistenza, ampi scaffali dove si allineano - questa volta in bell’ordine - i loro fratelli appena terminati, rifiniti, lucidi o patinati, colorati e sorridenti.


Note

1Hagihara Kentarō, Dentō kokeshi no hon (Il libro dei kokeshi tradizionali), Tokyo, Space Shower, 2017, p. 9.

2Takahashi Gorō, Iyashi no hohoemi Tōhoku kokeshi no hanashi (I kokeshi del Tōhoku, un sorriso che rasserena), Sendai, Kahoku shinpō shuppan sentā, 2014, p. 14 sgg.

3Tra le pubblicazioni più recenti sull’argomento segnaliamo: AA. VV., Kokeshi, dentō kokeshi no dezain (Kokeshi, il design dei kokeshi tradizionali), Kyoto, Seigensha, 2010; Takai Satoshi, Dentō kōgei, Tōhoku no kokeshi (Artigianato tradizionale, i kokeshi del Tōkoku), Tokyo, Kōgei shuppan, 2008; Hagihara Kentarō, Dentō kokeshi no hon, cit.; Takahashi Gorō, Iyashi no hohoemi Tōhoku kokeshi no hanashi, cit.