Giappone: disegno e design
Dai libri illustrati Meiji ai manifesti d'arte contemporanea

Scritto da Eleonora Lanza -

Tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, durante l’era Meiji giapponese, i contatti intensificati tra il nord Italia e il Giappone grazie allo sviluppo del settore della bachicoltura permisero la creazione oltre che di legami duraturi in ambito commerciale supportati da figure attive nella diplomazia e nella politica, anche di nuovi scambi culturali e un crescente interesse per i costumi e la produzione artistica giapponese da parte di viaggiatori e singoli personaggi dell’imprenditorialità italiana che aveva già avuto modo di conoscere qualche aspetto della cultura sulla scia del fenomeno del Giapponismo diffusosi in Europa.

È in questo periodo che entrano in Italia svariati manufatti artistici di importazione che andarono a formare eclettiche collezioni private e raccolte più o meno eterogenee, come si può riscontrare nei musei d’arte orientale, nelle biblioteche anche locali e nelle case-museo italiani. Ed è sempre in questi anni che il Giappone affronta una situazione di profondo cambiamento politico ed economico ma anche culturale e un generale percorso di riconfigurazione della conoscenza che nel campo delle arti portò all’assimilazione dei concetti di ‘estetica’ e di ‘bellezza’ giunti da Occidente che stavano costringendo gli studiosi a ripensare il proprio patrimonio culturale sulla base delle scienze e delle categorie occidentali nei termini di “belle arti” (bijutsu) e “arti applicate” (kōgei) fino ad allora considerate come un'unica realtà (geijutsu).

Lo stesso percorso di ridefinizione investì anche le professioni: andarono via via definendosi distintamente i ruoli di artista, artigiano e designer (zuanka), quest’ultima una figura che nacque proprio sulla scia della modernizzazione Meiji e che - soprattutto nell’area di Kyoto - andò a ricoprire il cruciale ruolo di disegnatore di modelli ai fini della produzione artigianale inserendosi nella fervente attività editoriale e commerciale. La classe medio borghese allargava la richiesta di capi di abbigliamento, venivano spese grandi quantità di denaro in abiti e tessuti nuovi che dovevano coniugare la raffinatezza dei motivi tradizionali giapponesi con l’esigenza di modernità in nuovi accostamenti di forme, linee e colori d’influenza occidentale. Un’esigenza a cui rispondevano gli editori, pronti a pubblicare libri illustrati di modelli e motivi decorativi per tessuti da riproporre non solo su kimono, kosode, obi, haori ma anche su oggetti decorativi come scatole di lacca, ventagli rotondi (uchiwa) e pieghevoli (sensu) e vasi.

Questi libri di modelli, o "libri di design", venivano già prodotti fin dall’inizio del periodo Edo da numerosi editori nelle principali città di Kyoto, Osaka ed Edo e mostravano generalmente modelli decorativi per kimono (hinagatabon) stampati con la silografia monocroma. Si trattava di cataloghi di vendita per i commercianti del tessile, maneggevoli e trasportabili, oppure di manuali per tessitori e artigiani che riproponevano forme, colori e dettagli dei manufatti da confezionare. Venivano continuamente aggiornati per rispondere alle costanti richieste di modelli alla moda facilitando a loro volta l’incremento della domanda di nuovi capi d’abbigliamento e altri accessori.

Con l’epoca Meiji, la spinta verso l’industrializzazione, il miglioramento tecnologico, la produzione e il commercio ebbero riflessi ancora più importanti sulla produzione editoriale, tanto che gli editori coinvolsero artisti e disegnatori sempre più noti e specializzati per realizzare libri e riviste al passo coi tempi.

Sono proprio gli artisti più propensi ad accogliere gli stili artistici provenienti da Occidente ad essere ingaggiati per le commissioni più ambiziose; molti avevano viaggiato in Europa, si erano recati a Parigi per l’Esposizione Universale nel 1900, a Glasgow l’anno successivo, a Vienna e nelle altre città europee fulcri dello sviluppo economico come Lione. Una volta tornati in patria, carichi di nuovi impulsi e conoscenze, reinterpretavano gli stimoli in modo creativo: alcuni artisti come Itaya Hazan e Asai Chū, positivamente impressionati, proposero lezioni e insegnamenti sulle tecniche pittoriche occidentali, altri come Kamisaka Sekka, Furuya Kōrin, Tsuda Seifū, Ogino Issui (considerati zuanka) coniugarono nei loro “disegni” temi e colori delle scuole pittoriche tradizionali con le linee e i movimenti dolci dell’art nouveau e delle sue declinazioni.

Volumi illustrati con tavole in silografia policroma (zuanchō), come Chigusa e Momoyogusa di Kamisaka Sekka, la rivista “Bijutsukai” del suo allievo Furuya Kōrin, le vivaci pagine di Shasei sōka moyō e i noti motivi decorativi Kōrin moyō, ma anche i modernissimi Kamonfu e Senshoku zuan di Tsuda Seifū, e i volumi di Ogino Issui, Hasegawa Keika e molti altri artisti, lasciano trasparire tutte le sperimentazioni nate sulla spinta delle impressioni ricevute dall’arte occidentale, e allo stesso tempo fanno emergere la tendenza alla semplificazione del disegno che doveva essere agevolmente riproducibile tale e quale o di ispirazione su diversi materiali e forme. Sono pagine raffinate dal punto di vista tecnico artistico, stampate in policromia da matrici in legno con campiture piatte dai colori moderni e nuovi a cui si aggiungono pigmenti metallici argentati e dorati che rimandano alle scuole tradizionali Rimpa (Kamisaka Sekka, Furuya Kōrin e Kaigai Tennen), ma vi sono anche rimandi alla scuola Maruyama (Kōno Bairei, Araki Kanpo e Takeuchi Seihō) in cui si prediligeva un approccio realistico di matrice occidentale che implicava l’esercizio del disegno dal vero per la resa dei classici soggetti di fiori e uccelli.

Queste stesse pagine modernissime, che raccontano di un fervente momento storico e culturale per il Giappone, resero i libri di una tale raffinatezza da trasformarli in oggetti di collezionismo anche da parte degli stranieri fin dall’Ottocento. La mostra "Giappone: disegno e design. Dai libri illustrati Meiji ai manifesti d'arte contemporanea" aperta al Castello di Masnago a Varese (fino all’11 settembre 2022) racconta, attraverso due fondi di libri illustrati giapponesi di inizio Novecento ritrovati negli archivi ed esposti per la prima volta, questo percorso artistico ed editoriale accompagnando alla comprensione del legame intimo e peculiare delle arti giapponesi con l’artigianato e il design.

Un legame che si sviluppa anche nel contemporaneo nella forma del graphic design giapponese, che rappresenta l’evoluzione naturale del percorso dell’arte, in cui si ritrova la semplificazione e la geometrizzazione delle forme, i richiami ai soggetti e alle tecniche della tradizione pittorica, ma soprattutto i temi della pittura classica e in particolare la presenza costante della natura, reale o simbolica. A chiudere la mostra sono proprio sessanta manifesti dei più importanti grafici giapponesi contemporanei (Tanaka Ikkō, Kojima Ryōhei, Satō Kōichi, Awazu Kiyoshi, Matsunaga Shin) il cui lavoro grafico mostra gli sviluppi più attuali del rapporto tra arte, artigianato e design.