Corea
Fondazione dalle Origini Celesti

Scritto da Dalila Bruno -

Una caratteristica ricorrente nella storia dell’Asia Orientale è la presenza di miti cosmogonici, vale a dire dei miti che partono dalla narrazione della nascita del mondo per poter legittimare la fondazione di un impero o di un regno. In Cina, la storia dell’universo inizia con Pangu, colui che separò il cielo dalla terra; mentre Izanami e Izanagi, tra le divinità della cosmogonia giapponese, furono le prime a scendere dal cielo creando solide isole su cui potessero dare inizio alla vita umana. Per quanto riguarda la storia della Corea, piuttosto che di miti cosmogonici in realtà si parla di miti di fondazione, cioè dei racconti che attraverso la narrazione delle origini dei primi regni coreani (quindi delle vere e proprie entità politiche), cercano di conferire alla patria delle radici altrettanto antiche rispetto a quelle dei paesi limitrofi. Molti di questi racconti si trovano nelle fonti storiche coreane più attendibili, e il fatto che siano delle opere relativamente moderne, non può far altro che confermare la tendenza di pensiero per cui il mito sia stato uno strumento politico oltre che d’identità nazionale.

Sebbene una fonte essenziale per la ricostruzione della storia coreana antica sia la storiografia cinese, che in un’appendice solitamente chiamata “barbari orientali” raccoglieva informazioni preziose relative ai popoli confinanti con l’impero, tra le fonti coreane più stimate c’è il Samguk yusa (Memorie dei tre regni), un’opera scritta dal monaco buddista Iryŏn completata nel 1281, nel bel mezzo dell’invasione mongola e nell’anno in cui il tentativo di conquista del territorio giapponese da parte dei mongoli fallì grazie ai venti sacri “kami-kaze”. Scrivere un’opera storica in un momento così complesso, non equivaleva che a una intenzione: rimarcare le antiche origini della popolazione coreana e preservare l’identità culturale rispetto al dominatore. Questo è giustificato dalla presenza di avvenimenti poco verosimili all’interno del Samguk yusa, uniti al mito più importante coreano: la storia di Tan’gun Wanggŏm.

Nel Weishu si legge: duemila anni orsono, Tan’gun Wanggŏm scelse Asadal come sua residenza e fondò uno stato cui diede il nome Chosŏn. Questo era al tempo dell’imperatore Yao.

Nel Kogi si legge: ‘Nei tempi antichi il figlio di Hwan’in di nome Hwan’ung, desiderava discendere dal cielo e vivere nel mondo degli uomini. Il padre comprese la sua volontà. Dopo aver vagliato le tre grandi montagne, diede a suo figlio i tre tesori celesti e lo mandò a comandare sugli uomini perché arrecasse loro beneficio. Lo fece discendere sotto l’albero sacro di sandalo sulla vetta del monte T’aebaek, a capo di un gruppo di tremila uomini. Nominò quel luogo Sinsi (la città di Dio) e assunse il titolo di Hwan’ung Ch’ŏnwang. Condusse i maestri del vento, della pioggia e delle nuvole a istruire gli uomini e a insegnare loro oltre 360 arti tra cui l’agricoltura, i comandamenti, la medicina, la legge e i principi morali.

In quei giorni vivevano nella stessa caverna un’orsa e una tigre. Pregarono il dio Hwan’ung di poter essere trasformati in uomini. Il dio allora, diede loro un mazzo di miracolosa artemisia e venti spicchi di aglio e disse loro: ‘se mangerete questo cibo sacro e non vedrete la luce del sole per cento giorni, sarete trasformati in esseri umani.’ L’orsa e la tigre presero il cibo, lo mangiarono e si ritirarono nella caverna. Dopo ventuno giorni l’orsa, che aveva osservato le istruzioni, diventò una donna. Invece la tigre, che aveva disobbedito, non mutò aspetto. Ma la donna-orso non riuscì a trovare marito e pregò tutti i giorni sotto l’albero di sandalo di avere un figlio. Hwan’ung ascoltò le sue preghiere e la sposò. Concepì e partorì un figlio che chiamò Tan’gun. Nell'anno Kyŏng’in, che corrisponde al cinquantesimo anno del re Tang Yao, Tan’gun giunse a P’yŏngyang, lì prese dimora e assegnò il nome di Chosŏn al suo Regno. Successivamente Tan’gun mosse la sua capitale ad Asadal sul monte T'aebaek e lì governò per 1500 anni, finché il re Wu di Zhou, salito al potere nell'anno Kimyo, investì Kija del titolo di re di Chosŏn. Tan'gun si trasferì a Changdang-gyŏng e poi tornò segretamente ad Asadal, diventando un Dio della montagna all'età di 1908 anni.

(Andrea De Benedittis, “Introduzione alla cultura coreana”, Hoepli Editore, pag. 96-97)

È bene notare che prima che venga raccontato il mito è citata sia un’opera storica cinese, il Weishu, che un'opera storica coreana, il Kogi. Il fatto che Iryŏn citi altre fonti antiche, conferisce molta più credibilità al mito che non racconta, bensì riporta. Proprio per questo motivo, ciò che è scritto risulta essere un avvenimento reale, non inferiore rispetto a quelli delle divinità dei paesi circostanti.

Nella prima parte, si possono sicuramente notare delle somiglianze con i miti cosmogonici giapponesi e in generale influenze cinesi. Innanzitutto, c’è una figura divina che manifesta la sua volontà di voler vivere sulla terra. Bisogna però fare attenzione ad un particolare: gli esseri umani popolavano già il territorio, mentre con i miti delle culture già citate, sappiamo che Izanami e Izanagi e Nüwa furono i primi a prodigarsi per popolare il luogo in cui discesero. Ecco perché si parla di mito di fondazione. Successivamente, il Dio Hwan’ung discende su una montagna, un elemento religioso particolarmente importante nella cultura orientale. La sua rilevanza nel folclore coreano è forse dovuta al fatto che esse siano gli elementi naturali più vicini al cielo, e dunque luoghi più adatti per poter essere in contatto con le divinità. Quando Hwan’ung arriva sulla sommità del monte T'aebaek, porta con sé tre sigilli celesti, i quali sembrano richiamare quelli che Ninigi no Mikoto ricevette da Amaterasu.

I tre sigilli celesti sono delle reliquie frequentemente ritrovate all'interno delle tombe del periodo del bronzo. Si tratta di una spada, uno specchio di bronzo e un gioiello ricurvo. Gli studi di coreanistica affermano che essi furono esportati in Giappone e questo scambio contribuì al passaggio all'era Yayoi. Ciò è confermato non solo dalla storia di Ninigi no Mikoto, presente nel libro storico “Kojiki” (古事記), ma anche da ritrovamenti di oggetti simili in tombe situate nella zona del Kyūshū.

La spada di bronzo in coreano è chiamata Ch’ŏngdonggŏm (청동검 靑銅劍) in cui Ch’ŏngdong significa bronzo. La spada è ricoperta da una patina bluastra causata dall'ossidazione subita nel corso del tempo. In realtà, si presuppone che il suo colore originario fosse molto simile all'argento. I materiali utilizzati per la produzione di questa spada vengono considerati da molti studiosi come evidenza per dimostrare che le origini dell’antico regno di Chosŏn siano diverse da quelle cinesi, in quanto rispetto a quelle prodotte nella zona più settentrionale della Cina, presentano una percentuale più alta di zinco.

Al tempo, le spade avevano sia una funzione rituale che una funzione militare. La spada di cui si parla nel mito di Tang’un fu evidentemente un elemento religioso, in quanto il bronzo, oltre ad essere estremamente pregiato, era poco pratico per le battaglie a causa della sua fragilità. Quindi nonostante su alcune di esse siano state ritrovate delle tracce di sangue, quest’ultime potrebbero lasciar intuire un impiego per riti sacrificali o per l’esecuzione di prigionieri.

Il secondo oggetto, chiamato Ch’ŏngdong’gŏŭl (精文鏡 청동거을) è uno specchio di bronzo, l’elemento più riflettente disponibile all’epoca. Si ritiene che questi specchi venissero usati come accessori per mostrare l'autorità di un capo tribù o dai sacerdoti come strumento per compiere sacrifici al cielo. In seguito, quando fu stabilito il concetto di regno, gli specchi di bronzo furono adoperati per rappresentare l'autorità del sovrano. La decorazione a cerchi concentrici presenti nel reperto all’interno dell’immagine è chiamata Ch’ŏnmungyŏm (정문경).

L'ultimo sigillo celeste è il gioiello sacro kobŭnok (곱은옥 一玉), in Giappone noto con il nome “magatama”. La sua forma ricorda quella del simbolo Yin Yang della tradizione cinese, ma anche quella del Taeguk (태국), il simbolo al centro della bandiera sudcoreana. Sulla parte più spessa veniva praticato un foro in modo da poter indossare i kobŭnok come gioielli. Gli elementi con cui erano realizzati erano i più disparati, dall’ambra fino alle ossa di animali, ma la giada era decisamente molto più popolare.

La loro produzione divenne sempre più frequente durante il periodo dei tre regni e in particolar modo nel regno Silla, in cui il loro utilizzo spaziò dall'essere oggetti cerimoniali per eventi religiosi, a preziose decorazioni da appendere a corone d'oro, orecchini, bracciali e cinture per sfoggiare la ricchezza e il rango della persona che lo indossava.

Secondo alcune teorie, la forma richiamava la figura della luna crescente, che come raccontano le credenze del passato, guidava gli antichi nell’agricultura, nella pesca e nella navigazione.

Dopo esser divenuto “re del cielo” -qui un primo rimando all’imperatore celeste cinese- Hwan'ung, al pari di Shennong, si fa portatore delle arti dell’esistenza e le insegna agli uomini affinché possano sopravvivere in autonomia.

Prima di analizzare la seconda parte, è importante affrontare il problema della datazione. Nel momento in cui Tan’gun viene reso contemporaneo del leggendario re cinese Yao, definito da Confucio stesso sacro, il momento della fondazione del regno di Chosŏn viene retrodatato all’anno 2.333 a.C. Di conseguenza, probabilmente Chosŏn aveva una cultura risalente al periodo del bronzo, con una società già avviata alla caccia.

L’orsa e la tigre che compaiono nella seconda parte, essendo animali totemici potrebbero dunque far riferimento alla presenza di società tribali non ancora civilizzate, in un territorio forse distante da quello in cui era presente Hwan’ung. Non a caso, gli orsi sono degli animali venerati nelle zone a nord dalla penisola coreana, come la Siberia e la Manciuria, ma anche nel territorio giapponese di Hokkaido. La tigre invece è più caratteristica del territorio coreano, tant’è vero che è possibile ritrovarla in molte illustrazioni antiche. Nel corso della storia, forse grazie anche all’influenza buddhista, è divenuta poi simbolo della divinità della montagna.

Il fatto che questi animali debbano affrontare una sfida per poter diventare degli esseri umani, rappresenta il processo di culturalizzazione per cui è necessario allontanarsi dalla vita selvaggia affinché si possano apprendere al meglio le arti della civiltà. Il passaggio dal buio della grotta alla luce del sole è dunque simbolico. In aggiunta, l’orsa non solo diventa un’umana ma si fonde con l’essere divino per dare alla luce Tan’gun, mentre la tigre ritorna allo stato brado. A proposito del nome scelto per il re di Chosŏn, sembra richiamare foneticamente la parola cinese Tianjun, ma anche la parola turca tängri che significa cielo. Quest’ultima somiglianza potrebbe comprovare il legame che c’è tra la cultura coreana e quella altaica. Nell’ultima parte, si possono percepire delle influenze taoiste che si ricollegano alla parte iniziale in cui si parla dei Maestri del vento, della pioggia e delle nuvole: si tratta della trasformazione di Tan’gun in una montagna e il conseguente concetto di immortalità.

Il nome che esso sceglie per il suo regno, Chosŏn, in realtà è ricorrente in quanto indica anche il regno formatosi nel 1392 dopo l’usurpazione del potere da parte del generale Yi Sŏnggye. Ancora oggi in Corea del Nord si utilizza questo nome per identificare la nazione. Si potrà dunque comprendere l’importanza dell’affermare le radici della patria anche in tempi moderni. Del resto, proprio in Corea del Nord sembra che sia stata ritrovata la tomba di Tan’gun ma non solo, pare che all’interno ci fossero addirittura le sue spoglie, le quali sono state sottoposte ad un’analisi paramagnetica.

Per quanto riguarda la percezione di Tan’gun in tempi moderni, si può affermare che è una figura tutt'oggi molto importante in quanto simbolo tradizionale. Continua ad essere venerato ed esiste anche una religione a lui dedicata, chiamata Taejonggyo.

Diversi anni più avanti rispetto al regno di Chosŏn, nacquero altri tre regni: Koguryŏ, Paekche e Silla.

In merito a quest’epoca c’è un chiarimento importante da fare: generalmente all’interno delle opere storiche coreane come quella sopracitata o il Samguk Sagi di Kim Pusik, ci si riferisce a questo periodo con il termine Samguk Sidae, in cui Sam vuol dire tre, guk regno e Sidae perido, ovvero “Periodo dei tre regni”. Nonostante ciò, è risaputo che in quel momento storico esistessero diverse entità politiche, tra queste ad esempio c’era Kaya, una piccola confederazione di stati situata tra il regno di Paekche e il regno di Silla. Ci sono diverse teorie volte a spiegare il perché si parli solo di tre regni, ma secondo un’interpretazione, questa scelta fu dettata da una volontà di voler imitare la storiografia cinese per acquisire autorità e splendore.

Tra i tre regni, generalmente si tende a dare più rilevanza a Silla in quanto è quello che poi riunifica il territorio. Per questo motivo, sebbene Koguryŏ sia il regno più antico, si tende a posticipare la sua nascita rispetto al primo regno. Dunque, secondo la datazione tradizionale Koguryŏ risale al 37 a.C. e il mito di fondazione narra la storia di Chumong:

A quel tempo, quando Kŭmhwa stava attraversando il lato meridionale dei monti T’aebaek, incontrò una ragazza al fiume Ubal e parlò con lei. La fanciulla disse che era la figlia del Dio delle acque, Habaek, e il suo nome era Yuhwa. Un giorno, mentre giocava con i suoi fratelli, un uomo si presentò da lei dicendo che era il figlio del Re del Cielo. […] Dopo quell’incontro, fu ripudiata dalla famiglia e abbandonata in quel luogo per aver commesso adulterio. Kŭmhwa, pensando che fosse strano, rinchiuse la ragazza in una stanza, ma la luce del sole la seguì e alla fine ella depose un uovo.

Kŭmhwa, che era il Re di Puyŏ, cercò di liberarsi dell’uovo dandolo in pasto a cani e maiali, ma non lo mangiarono. Lo gettò allora per strada, ma le mucche e i cavalli lo evitarono. Lo lasciò in un campo ma gli uccelli lo protessero con le loro piume. Provò lui stesso a distruggerlo ma non ci riuscì e pertanto lo restituì alla donna. Lei lo lasciò al caldo finché non si ruppe il guscio e ne uscì un neonato. La sua apparenza era insolita, piena di saggezza. Il bambino all’età di sette anni, sapeva già creare archi e frecce. Se scoccava una freccia cento volte, colpiva il bersaglio altrettante volte. Fu chiamato Chumong, che nella lingua del posto significa ‘bravo arciere’.

Kŭmhwa aveva sette figli, ma nessuno eguagliava Chumong. Il più grande, Taeso, gli disse che Chumong non era umano e dunque gli consigliò di sbarazzarsene subito per non avere problemi in futuro. Il re però non lo ascoltò e comandò al bambino di addestrare i cavalli. Chumong sapeva distinguere quelli forti da quelli deboli, e diede ai cavalli più grassi meno cibo per farli indebolire e più cibo a quelli magri per farli ingrassare. […] La madre del ragazzo seppe che i figli del re e gli uomini di Puyŏ intendevano ucciderlo, così gli ordinò di scappare. Insieme agli amici più fidati, fuggì verso il fiume ŏm. Una volta giunto lungo la riva, annunciò alle acque: ‘Io sono il nipote del re del Cielo, il discendente del Dio delle acque. Devo scappare, i miei inseguitori sono vicini. Cosa devo fare?’ Così, i pesci e le tartarughe formarono un ponte. […] Arrivato a Cholbon-ju e stabilita la sua capitale, fondò il regno di Koguryŏ, assumendo Ko (高) come cognome. Quando divenne re aveva dodici anni.

(James H. Grayson, “Tan’gun and Chumong: The politics of Korean Foundation Myths”, Folklore, Vol. 126, No. 3, Dicembre 2015, pag. 256-257)

L’uovo è un elemento comune a molte culture orientali e forse, la sua simbologia è collegata al concetto di vita e rinascita, in quanto ci si libera della corazza esterna per dare spazio a una nuova vita. Il seguente mito oviparo sembra richiamare quello della tradizione cinese di Pangu. Questa volta, l’influenza cinese non è un caso. Infatti, il regno di Koguryŏ visse gran parte della sua storia al di fuori dell’attuale territorio coreano, dal momento che Cholbon e Ji An, le prime due capitali, erano situate in territorio cinese, a differenza di Pyŏngyang che fu la terza.

Dal conflitto dei figli di Kŭmhwa con Chumong è possibile dedurre delle informazioni sulla struttura politica, vale a dire una monarchia di tipo ereditario. Sappiamo che la tribù dei Kyeru, dopo aver ottenuto la supremazia sugli altri clan, stabilì questo tipo di organizzazione. Ritornando al discorso sui barbari orientali, provando ad analizzarne il carattere 夷, si può notare che è composto dal carattere di arco e quello di uomo. Si deduce di conseguenza che il popolo coreano, in passato sia stato particolarmente abile con l’arco, sia nel combattimento che nella caccia. Gli animali presenti nel mito, testimoniano ulteriormente queste abilità e l’esistenza di una società più che avviata all’allevamento. Infine, la stessa parola Chumong ci restituisce informazioni sulla lingua dell’epoca.

Secondo il racconto, Chumong durante la fuga aveva sposato una donna della comunità Ye, che gli diede un figlio di nome Yuri, il quale diventò principe ereditario dopo essere arrivato con la madre a Koguryŏ, nel diciannovesimo anno di regno.

In merito al regno di Paekche, la storia ci informa che la data di fondazione risale al 18 a.C., di conseguenza è il regno più tardo rispetto agli altri. Pare che molti esuli del regno di Puyŏ si rifugiarono in questo territorio nella parte sud-occidentale della penisola coreana.

Il mito di Paekche ha numerosissime versioni, quella che riporto è una citazione del libro “Letteratura coreana” a cura di Antonetta Bruno e Maurizio Riotto, che fa riferimento alla versione del Samguk Sagi:

Al tempo in cui Chumong, per sfuggire a una sollevazione nel Puyŏ settentrionale, si era rifugiato nel Puyŏ Cholbon, il sovrano di questo paese ne aveva conosciuto le qualità e gli aveva dato in moglie la seconda figlia. Divenuto a sua volta sovrano, Chumong si era ritrovato con due principi, Piryu e Onjo, ma l’arrivo del figlio che aveva avuto prima della sua fuga aveva reso erede al trono quest’ultimo, in virtù del diritto di primogenitura. A Piryu e a Onjo non rimase che lasciare il paese, e così si diressero a sud fino ad arrivare sulle rive del fiume Han. Qui, trovatisi in disaccordo sul da farsi, i due fratelli si divisero: Piryu si stabilì sulla costa, a Mich’inhol, Onjo prese a risiedere nella fortezza di Wirye. Tuttavia, mentre il gruppo di Piryu non riuscì ad adattarsi alla vita sul mare, Onjo resse i suoi domini con grande valore. Invidioso del successo del fratello e vergognandosi di sé, Piryu finì per morire e i suoi uomini si trasferirono alla corte di Onjo. Fu a questo punto che Onjo fondò il proprio paese, chiamato Paekche”

In questo mito si ritrovano due temi che accomunano questa storia a quella di Chumong: l’esilio e la successione ereditaria del regno. Anche in questo caso, la fuga di Piryu e Onjo potrebbe sottolineare dei conflitti interni a corte. In molte versioni si afferma che essi avevano paura di Yuri e la loro fuga lascia presuppore questa situazione. La zona di Mich’inhol corrisponderebbe all’attuale Inchŏn, mentre Wirye era molto vicina al luogo dove oggi si trova Seul. Probabilmente, il motivo per cui la città scelta da Piryu non era ottima ai fini della sopravvivenza è che non rispettava i criteri dettati dalla geomanzia. Secondo questa religione infatti, un luogo propizio doveva essere circondato da quattro montagne per ricevere protezione dal vento, e doveva essere attraversato da un fiume che scorresse lentamente. Wirye forse era più adatta da questo punto di vista. Il regno di Paekche ha anche un nome giapponese, Kudara. Sembra richiamare le seguenti parole coreane: “큰 [Kŭn] e 나라 [Nara]” che significano rispettivamente grande e nazione. Questo regno ebbe una grande influenza sul territorio giapponese, soprattutto da un punto di vista culturale. Tant'è vero che sarà proprio Paekche, tramite la donazione di una statua del Buddha, a far subentrare il buddhismo in Giappone nel 538 d.C.

Il regno più antico secondo la tradizione è quello di Silla, che viene fatto risalire al 57 a.C. e il cui fondatore fu un certo Park Hyŏkkŏse.

Ci sono diversi racconti riguardanti la sua nascita ma le fonti storiche ci raccontano che prima della fondazione di questo regno esistevano sei villaggi. Gli antenati di questi luoghi, essendo preoccupati per l’assenza di leggi e di un capo nel loro territorio, si riunirono presso la spiaggia del fiume Al affinché potessero risolvere la questione. Vedendo un grande bagliore provenire dal pozzo Najŏng, si recarono velocemente lì per poter verificare cosa stesse accadendo. Un bellissimo cavallo bianco era inginocchiato di fronte ad un grande uovo rosso, dal quale nacque poi un bambino che emanava una luce brillantissima. Stupiti dalla loro scoperta, bagnarono il bambino nella sorgente orientale. Uccelli e bestie danzarono di gioia, il cielo e la terra tremarono e il sole e la luna divennero luminosi. Quel bambino splendente lo chiamarono Pak Hyŏkkŏse.

Il termine Wang iniziò ad essere utilizzato a Silla solo a partire dal 500 d.C. con il re Chijŭng. Pertanto, Pak Hyŏkkŏse fu indicato con il termine Kŏsŏgan e il suo successore con la parola Ch’ach’aung, che tramite la sua ripetizione fonetica sembra invocare proprio il concetto di successione. Il regno fu molto florido per quanto riguarda l’organizzazione politica e l’influenza culturale. Nel 520 fu infatti promulgato il primo codice di leggi, come richiesto dagli anziani dei sei villaggi.

Il fatto che venga menzionata un’altura rispetto alla posizione del cavallo, sembra essere un riferimento ad un ormai reperto archeologico molto importante: La tomba del cavallo celeste, scoperta nel 1973. Questo cavallo nella mitologia coreana è noto con il nome di Chŏnma e spesso è dipinto con delle ali poste sulle sue otto zampe.

La nascita del capostipite da un uovo, però, la ritroviamo infine anche nel mito di Kaya.

Il Samguk Yusa racconta che un gruppo di nove capotribù si recò sul monte Kuji con l’intento di chiedere al cielo un sovrano. Così recitarono la seguente poesia:

Tartaruga, tartaruga
Fa’ vedere la tua testa!
Se così tu non farai
Ti cuoceremo e ti mangeremo.

Dopo questa invocazione dal cielo discese una scatola d’oro contenente sei uova. Da ognuna di queste nacquero dei bambini. Uno divenne re Suro, che al pari della tartaruga, fu altrettanto longevo e saggio. Mentre gli altri sarebbero stati eletti re degli altri Stati della confederazione di Kaya: Kŭmgwan Kaya, Ara Kaya, Koyŏng Kaya, Tae Kaya, Sŏngsan Kaya e So Kaya.

Nonostante le informazioni pervenute riguardo Kaya siano esigue, sappiamo che ebbe un’intensa attività culturale e a testimoniarlo c’è un interessante strumento musicale: il kayagŭm. E' un tradizionale strumento a 12 corde e letteralmente, il suo nome significa “cetra di Kaya”. Il corpo centrale è formato da legno di paulownia e legno di castagno, mentre le corde sono formate da fili di seta uniti tra loro. Fu inventato da Wu Ruk e nella sua struttura sembra richiamare il guzheng e il koto. Tuttavia, a differenza di questi due strumenti, per suonare il kayagŭm bisogna sedersi con le gambe incrociate e posizionarlo sulle ginocchia. Le corde vengono pizzicate con le dita, senza l’utilizzo di plettri e per questo motivo il suono risulta molto più delicato. I musicisti usano spesso la tecnica del vibrato per poter esaltare questa caratteristica. Nella musica tradizionale coreana, assieme al canto, contribuisce alla creazione di un’atmosfera unica e inimitabile.