Attraversando la letteratura Song

Scritto da Simona Gallo -

Nella Cina nel X secolo, la perdita di unità politica provocata dallo sfaldamento del glorioso dominio Tang (618-907) dà origine a una fase di forte frammentazione e instabilità, durata tuttavia poco più di un cinquantennio. L’anno 960, infatti, determina simbolicamente la fine di un periodo di divisione e l’origine di una nuova epoca: i Song 宋. Secondo la storiografia ufficiale, all’instaurazione di questa dinastia – a opera di Zhao Kuangyin 赵匡胤, o imperatore Taizu 太祖 – è attribuita la restaurazione della solidità dell’impero, sebbene il regno da lui fondato, quello dei Song del Nord (Bei Song 北宋), ceda poi il posto al dominio dei Song del Sud (Nan Song 南宋, 1227-1279), di origine straniera.

È tuttavia innegabile il carattere di modernità che caratterizza i tre secoli della Cina dei Song in termini di prosperità economica, di innovazione tecnologica, di sofisticatezza amministrativa, nonché di splendore culturale. Sebbene si tratti di un fulgore non sovrapponibile alla magnificenza abbacinante del vasto impero dei predecessori, è utile evidenziare che le due capitali di Kaifeng 开封 e di Lin’an 临安, l’odierna Hangzhou 杭州 furono centri di sapere e di intrattenimento straordinariamente vivaci. Il paradigma culturale che contraddistingue la civiltà Song si sostanzia grazie alla collaborazione di una serie di fattori a sollecitare importanti mutamenti sociali. In primo luogo, fenomeno caratterizzante quest’epoca è il ritorno del razionalismo confuciano sotto le spoglie del neoconfucianesimo (Daoxue 道学), una dottrina politico-filosofica vivificata e ridefinita dall’apporto sincretico di taoismo e buddhismo, nonché strumento ideologico di legittimazione del potere. Parallelamente, una riforma virtuosa nel sistema di reclutamento dei funzionari imperiali dà impulso all’affermazione di una nuova élite intellettuale burocratica, a detrimento di una aristocrazia tradizionale. In secondo luogo, la nascita di grandi centri urbani e la forte urbanizzazione stimolano la produzione e la fruizione di generi di intrattenimento; da ciò, la diffusione della stampa conduce a un’inedita popolarizzazione della letteratura, patrocinata dai regnanti. Vale senza dubbio la pena concentrarsi sul variegato panorama letterario della Cina dal X al XII secolo che riesce a emanciparsi e a sviluppare forme proprie, riflesse nella narrativa, nella prosa letteraria, nella redazione di opere filosofiche e storiografiche, come nella maturazione della poesia. La narrativa sperimenta in quest’epoca una prosperosa fioritura, ascrivibile alle nuove tecniche di stampa quanto alla richiesta di letture di intrattenimento da parte del nuovo ceto medio urbano. Nasce quindi lo huaben 话本, ossia la novella scritta in lingua volgare, seppur con occasionali inserti di lingua classica, che sintetizza un’eredità assai eterogenea. Attingendo, infatti, dal racconto classico, dagli aneddoti, e dalla letteratura orale dei Tang e delle Cinque Dinastie, lo huaben propone storie d’amore, di dei, di demoni e spiriti, di crimini e di battaglie per il puro intrattenimento, privandosi del tradizionale intento didattico-morale. Un’ulteriore particolarità del genere risiede nella sua duplice vocazione: all’essenza narrativa – documentata dal fatto che qui affonda le radici il romanzo tradizionale di epoca Ming 明 (1368-1644) – si affianca un’attitudine alla teatralità, giacché lo huaben si presta come “canovaccio” per la recitazione. Rispetto a ciò, lo sviluppo della drammaturgia, che si vedrà protagonista della scena artistico-letteraria durante dominazione mongola (1268-1369), risulta strettamente indebitato a un’altra forma narrativa ibrida di epoca Song, ossia il zhugongdiao诸宫调, la cui natura prosimetrica appare in armonia con la fruizione musicale. Le porzioni in versi dei zhugongdiao, altrimenti chiamate “sequenze modali”, sono concepite per un canto accompagnato da arie differenti a loro volta raggruppate, appunto, in “modi” musicali.

Quest’epoca assiste inoltre al rigoglio del genere meno popolare, eppure ancora di intrattenimento, del biji 笔记 (“appunti a pennello”), una forma di aneddoto in lingua classica dedicato a una sostanziosa varietà di soggetti; fra questi, il tema del soprannaturale sembra occupare una posizione privilegiata, dato che offre un’indicazione non trascurabile sul gusto del pubblico dell’epoca.

A cavallo fra narrativa e prosa letteraria si situa la “letteratura di viaggio” (youji wenxue 游记文学), che arricchisce floridamente il XII secolo per merito delle figure letterarie di Lu You 陆游 (1125-1209) e Fan Chengda 范成大 (1126-1193), ma anche grazie alla facilità degli spostamenti a breve e ad ampio raggio garantita dalle nuove infrastrutture. Diventa, così, consuetudine rielaborare in poche centinaia di caratteri le memorie di una giornata di svago presso un monte, un tempio o un fiume, mentre escursioni più lunghe danno origine a testi più estesi.

Strutturati in forma diaristica, secondo un ordine cronologico e la prospettiva dell’autore-esploratore, queste produzioni diventano resoconti di viaggi diplomatici in territori stranieri – quindi preziosa testimonianza di contesti differenti e talvolta ignoti – o narrazioni di periodi in esilio in terre remote, come nel caso del poeta Ouyang Xiu 欧阳修 (1007-1072). Considerato il principale esponente del movimento per il ritorno all’antico e della prosa in stile libero, Ouyang Xiu si fa promotore di una lingua raffinata, chiara e semplice, opponendosi all’ampollosità parossistica raggiunta dalla prosa parallela (pianwen 骈文). Il suo nome rimane legato a doppio filo anche al fu 赋 in prosa, un genere di “prosa poetica” che procede secondo una combinazione di tetrasillabo ed esametro, con rima sciolta e un uso minimo del parallelismo. Nonostante l’impostazione apparentemente rigida, esso può servire svariati scopi espressivi con grande agio da parte dello scrittore. L’esempio più celebrato è forse quello del Chibi fu 赤壁赋 (Fu della Roccia rossa) dell’esimio letterato Su Shi 苏轼 (1036-1101), in cui la raffigurazione del paesaggio di Chibi 赤壁 – sul Fiume Azzurro, dove 208 d.C., durante l’epoca dei “Tre Regni” ha luogo una grandiosa battaglia navale – diventa suggestione per riflessioni sull’esistenza umana.

Di carattere più politico-filosofico è l’opera di Wang Anshi 王安石 (1021-1086), fine erudito ed eminente uomo politico del suo tempo, il quale nel 1068 espone all’imperatore Renzong 仁宗 un programma di riforme radicali in ambito fiscale, politico, amministrativo e militare, con il Wanyan shu 万言书 (Il memoriale di diecimila parole). A tali proposte si oppone strenuamente il leader conservatore Sima Guang司马光 (1019–1086), al punto che, quando Wang è nominato Gran Cancelliere nel 1071, per protesta decide di ritirarsi dalla vita politica, rifugiandosi nei pressi di Luoyang. È in tale occasione che il grande statista Sima Guang, nonché uomo di lettere distinto ed eclettico, può dedicarsi al suo ambizioso progetto di analisi dei successi e dei fallimenti dell’impero, dando così vita allo Zizhi tongjian 资治通鉴 (Specchio generale per servire il governo), ossia un’opera monumentale in 294 capitoli in cui è riportata, secondo un minuzioso sistema annalistico, la storia della Cina dal 403 a.C. al 930 d.C. Accuratezza filologica e chiarezza espositiva sono alcune delle cifre di questo capolavoro della storiografia cinese che è stato ripercorso, riassunto e tradotto nei secoli successivi. È utile menzionare la rielaborazione in chiave confuciana proposta da Zhu Xi 朱熹 (1130-1200) nel Tongjian gangmu (Sommario dello specchio generale), un’opera in cinquantanove capitoli che offre un’interpretazione didascalica della storia cinese. Ciò si inserisce perfettamente nel contesto della rivivificazione della dottrina del Maestro, da lui patrocinata nel XII secolo attraverso la scuola neoconfuciana (Daoxue): integrando alcuni elementi del pensiero buddhista e taoista, essa propone una ridefinizione del canone sia da un punto di vista pratico-metodologico, sia da un punto di vista teorico-letterario. Dal suo sforzo di rilettura filologica dei Cinque Classici (Wujing 五经) ha infatti origine un secondo nucleo di testi canonici del confucianesimo, ossia quello dei Quattro Libri (Sishu 四书), con i Dialoghi di Confucio (Lunyu 论语), il Mencio (Mengzi 孟子), assieme al Daxue 大学 (Grande studio) e al Zhongyong 中庸 (Il giusto mezzo). In aggiunta, Zhu Xi è cultore della poesia, in particolare della forma codificata dello shi, che vive l’epoca d’oro sotto i Tang. Il successo di questo genere anche dopo il X secolo è comprovato dalla straordinaria quantità di autori – più di novemila – a popolare la raccolta Quan Song shi 全宋诗 (Poesie complete dei Song), compilata in epoca Ming. Eppure, già durante i Song si sviluppa la pratica di pubblicare in forma antologica le opere, grazie alla diffusione della stampa e sotto l’impulso di riordinare sapere, quanto per il desiderio di creare rappresentazioni iconiche di alcuni stili letterari. Oltre all’esercizio del perfezionamento e alla pratica dell’imitazione, persino teorizzata dal poeta, calligrafo e pittore Huang Tingjian 黃庭堅 (1045-1105), i letterati esercitano la vena creativa plasmando o sviluppando generi nuovi. È il caso della fusione di poesia, pittura e calligrafia, che genera la mirabile tradizione del quadro di paesaggio in cui la scena è raffigurata per sinestesia dalle immagini, dai tratti e dai versi, come magistralmente rivela l’opera di Ma Yuan 马 远 (1160?-1225).

E se la poesia shi è evocativa dell’immagine, il genere ci 词 è inscindibile dalla sua componente sonora. Da canto amoroso, con una prosodia da adattare secondo l’aria della melodia popolare e straniera, lo ci si eleva alla funzione di celebrazione di un più ricco ventaglio di sentimenti e stati d’animo. Ciò avviene grazie all’esercizio estetico di autori del calibro di Su Shi e di Li Qingzhao 李清照 (1081-1149), la più importante poetessa dell’impero cinese, di cui opportunamente torneremo a parlare.