Architettura giapponese tradizionale

Scritto da Alessandra Bonecchi www.oltrelospazio.com -

L’architettura giapponese tradizionale è caratterizzata dall’uso di materiali naturali, primi fra tutti il legno. Trattandosi di un materiale che respira, il legno ben si adatta al clima giapponese: assorbe umidità nei mesi piovosi e rilascia umidità nei mesi asciutti. Una struttura in legno può durare fino a 1000 anni, con le dovute cure, e la scelta della composizione ad incastri consente di smontare gli edifici per i periodici lavori di restauro. Altri materiali di uso comune nell’architettura tradizionale sono le canne, la paglia di riso, la corteccia, l’argilla, la pietra.

Il santuario shintoista di Ise, il più importante e sacro, in quanto dedicato alla divinità del sole Amaterasu, si ritiene possa risalire a circa 2000 anni fa e quindi rappresenta uno degli esempi più significativi dei principi fondamentali dell’architettura tradizionale giapponese: il tetto di paglia, la struttura rialzata (come si usava anticamente per i granai), il legno di travi e pareti non decorato e lasciato esposto e infine l’inserire armoniosamente la struttura nell’ambiente naturale circostante.

Con le prime missioni di studio verso la Cina e l’introduzione del buddhismo, tra il sesto e l’ottavo secolo l’architettura giapponese subisce l’influsso del modello cinese, sia nell’urbanistica, che nella costruzione di edifici e templi. I primi edifici residenziali dell’epoca Nara (710-784) sono precursori dello stile shinden, che si diffonde nella successiva epoca Heyan (794-1185). Le sue caratteristiche peculiari sono state delineate da immagini di rotoli dipinti e da reperti archeologici.

Si tratta di strutture ad un piano, rialzate dal terreno e poggianti su pilastri di legno che affondano direttamente nel terreno, circondate da una veranda in legno alla quale si accede per mezzo di scale. Pavimenti e pareti sono in legno non decorato, mentre i tetti sono a stratificazioni di corteccia.

Queste caratteristiche non differiscono sostanzialmente con l’architettura antica, tuttavia sono compresenti anche elementi architettonici provenienti dal continente.

Tra questi i tetti a spiovente, i muretti di terra che circondano l’area dell’edificio, i corridoi coperti che collegano i diversi edifici, l’uso di shitomido (una sorta di persiana in legno divisa orizzontalmente in due parti, con la parte superiore che può essere alzata e appesa con ganci e quella inferiore asportabile, per lasciare circolare l’aria quando il tempo lo consente). Gli interni sono semplici, con pochi divisori e mobili piuttosto che fissi, in modo da lasciare flessibilità nell’uso degli spazi, e sul pavimento in legno sono stesi dei cuscini di paglia, precursori del tatami.

Un esempio di questo stile architettonico è rappresentato dal Palazzo Imperiale di Kyoto (Kyoto Gosho) che, sebbene ricostruito nel 1855, ripropone la struttura originaria di epoca Heyan.

Verso la fine dell’epoca Heyan, le guerre tra i clan Taira e Minamoto portano alla vittoria dei Minamoto e alla costituzione della carica di shogun (capo militare), assunta per la prima volta da Minamoto Yoritomo nel 1192. La sede viene stabilita a Kamakura, a sufficiente distanza dall’influenza della corte imperiale di Heyan-kyo (odierna Kyoto). Il Giappone vede la graduale ascesa della classe militare dei samurai.

L’introduzione in Giappone del buddhismo zen verso la fine del XII secolo porta significativi cambiamenti nell’arte, nell’architettura e in generale nell’intero mondo della cultura giapponese.

Il pensiero zen è un richiamo alla risposta intuitiva, alla spontaneità, alla sperimentazione della realtà nel qui e ora. La pratica di una disciplina, come di una forma d’arte diventa una “via” di realizzazione spirituale.

Per questo il buddhismo zen incontra il favore della classe guerriera, poiché educare il corpo e la mente rappresenta un fattore determinante per la preparazione del samurai.

Dallo stile architettonico shinden si sviluppa gradualmente lo stile shoin, letteralmente locale per la scrittura o studio, che deve il suo nome alla nicchia per la scrittura tsuke-shoin posta nelle camere private dei monaci zen. Accanto alla nicchia con il necessario per la scrittura uno spazio è dedicato ad un rotolo con una valenza spirituale e all’incenso, mentre scaffali e cassetti ospitano le scritture.

Elementi caratteristici di questo stile sono infatti la nicchia per la scrittura, gli scaffali sfalsati, il tokonoma, le porte scorrevoli decorative. A questi elementi si aggiungono: il pavimento a tatami, i pali quadrati smussati, il soffitto a cassettoni, le porte scorrevoli fusuma per dividere gli ambienti interni, le porte scorrevoli esterne a griglia di legno shoji ricoperte di carta di riso, le porte di legno esterne amado che possono essere chiuse la notte o in condizioni atmosferiche avverse.

La stanza Kachoden del tempio Shoren-in a Kyoto è un tipico esempio di architettura shoin.

Da questo stile si sviluppa poi uno shoin più formale, per la stanza adibita ad accogliere ospiti importanti. In questo caso il fondo della sala presenta una parte di pavimentazione rialzata contenente il tokonoma e gli scaffali sfalsati, dove siedono il padrone di casa e i suoi ospiti. Questo stile shoin formale viene usato in particolare dagli abati dei templi e dagli shogun.

Esempio di questo stile è la sala delle udienze del palazzo Ninomaru nel castello Nijo, fatto costruire dallo shogun Tokugawa Ieyasu.

Lo stile shoin si diffonde gradualmente fuori dall’ambiente dei monasteri e dei palazzi degli shogun e viene incorporato alle ville di famiglie di samurai di alto rango o abbienti contadini.

Ragione della diffusione di questo stile è il fatto che attraverso di esso viene raggiunto un livello di perfezione in termini di eleganza e buon gusto, mai più superato nell’architettura giapponese.

A fianco dell’ascesa della classe guerriera e della diffusione del buddhismo zen si pone l’usanza di bere il tè. Inizialmente il tè serve ai monaci per restare svegli durante le lunghe meditazioni, ma presto diventa un rituale raffinato, cui sono associate innumerevoli e diverse forme d’arte, dalla ceramica, alla pittura, alla calligrafia, all’architettura.

Il maestro che eleva la cerimonia del tè ad un rituale di elevato valore estetico, ma anche filosofico e spirituale è Sen-no-Rikyu (1521-91).

La casa del tè è costituita da due elementi fondamentali, l’edificio e il giardino. Il giardino ha lo scopo di preparare l’ospite del maestro del tè al godimento estetico della cerimonia. L’edificio è forse un’evoluzione dell’antica so-an, l’eremo isolato, nella natura, utilizzato per allontanarsi dal “rumore” della vita quotidiana e ritrovare se stessi attraverso l’armonia con la natura. Si tratta quindi di un edificio semplice, che richiama la natura dei materiali utilizzati e che ha lo scopo primario di creare nell’ospite uno stato d’animo di pace, armonia e quiete.

Spesso si accede all’interno dell’edificio attraverso una stretta apertura, che in origine imponeva al samurai di lasciare fuori la spada e comunque simboleggia il fatto che nella casa del tè non ci sono differenze di rango.

All’interno ci sono uno spazio pavimentato a tatami, dove gli ospiti siedono durante il rituale del tè, il tokonoma per un rotolo dipinto o di calligrafia e una composizione di fiori ikebana e una o più anticamere per la preparazione. La dimensione della casa del tè varia da 2 a 8 o anche più tatami, secondo il tipo di cerimonia. Prima di Sen-no-Rikyu per le pareti viene usato fango ricoperto di carta bianca, in seguito diventa comune l’uso del fango dipinto del colore verde del te in polvere oppure di una tinta rossastra ottenuta mescolando al fango conchiglie rosse. Le finestre sono fori di varie dimensioni e forme, coperti da stecche di bambù o carta di riso. I pali usati all’interno sono scortecciati e a volte dipinti con un pigmento rosso mescolato con fuliggine, in modo da ottenere una tonalità scura che possa armonizzare con la bellezza e l’atmosfera degli utensili.

Okakura Kakuzo, nel suo Libro del tè spiega che il termine usato anticamente per la casa del tè era sukiya, termine che può essere reso con ideogrammi diversi, con il significato di dimora della fantasia, dimora del vuoto o dimora della asimmetria.

Con l’unificazione del paese portata a compimento da Tokugawa Ieyasu, il Giappone entra in un lungo periodo di pace e stabilità, garantita dalla rigida disciplina del bushido (la via del guerriero) e da una filosofia confuciana che divide e regola la società in classi: samurai, contadini, artigiani e mercanti, all’ultimo posto in quanto considerati improduttivi.

Dallo stile shoin si sviluppa in epoca Edo lo stile sukiya, che include innumerevoli varianti per andare incontro al gusto personale del padrone di casa.

Lo stile sukiya rappresenta una versione informale dell’architettura shoin. Rispetto all’eleganza decorativa e formale degli elementi dello stile shoin, lo stile sukiya trae ispirazione dalla architettura della casa del tè e valorizza l’uso di materiali naturali per creare un’atmosfera quieta e rilassata.

Per questo lo stile sukiya viene preferito per gli ambienti dedicati alle attività quotidiane, con la sua atmosfera rustica, sobria, intima, pur mantenendo le proporzioni generali e l’eleganza dello stile shoin, con il risultato di una creazione che si ritiene possa rappresentare l’essenza dell’architettura giapponese tradizionale.

Così lo stile sukiya entra gradualmente a far parte anche dell’architettura della casa dell’artigiano, del mercante, della gente comune.

L’esempio più famoso di combinazione degli stili shoin e sukiya sono le ville imperiali Katsura Rikyu, costruite nel 1615, ma molti sono gli eccellenti esempi di questo stile anche nell’architettura più recente.

Seguendo l’evoluzione dell’architettura tradizionale dalle prime realizzazioni legate alla spiritualità shinto, il senso di appartenenza alla natura costituisce un filo conduttore. L’impronta profonda lasciata sulla cultura giapponese dal pensiero zen fortifica questa unità dell’uomo con il qui e ora del mondo naturale, dove tutto è in continua trasformazione, dove il vuoto serve ad accogliere.

Il tokonoma che ha trovato posto nella casa del tè è un concentrato di spiritualità e, grazie al suo essere vuoto, di forza evocativa.

Per questo un oggetto posto nel tokonoma produce l’effetto di un sasso buttato in uno stagno, un’onda che si allarga nel nostro animo quanto più siamo aperti ad accoglierne il movimento.

Si tratti di un pensiero zen su di un rotolo di calligrafia, si tratti di una pittura, di una composizione di fiori, di un bonsai, di un suiseki, l’effetto della collocazione nel tokonoma è sempre quello di dar voce all’oggetto, renderlo espressivo. L’abilità di chi allestisce l’esposizione è la capacità di giocare con gli spazi, in modo da accentuare la dinamicità degli elementi per rendere più intensa e duratura l’onda di cui si parlava, perché l’esposizione sia per l’osservatore un’esperienza suggestiva e che lasci nel suo animo una sensazione di armonia e di pace.

Il tokonoma So nasce originariamente per la stanza del tè. Impiegando legni diversi per i pilastri e la cornice, tende ad annullare i confini dello spazio, pur limitato della piccola casa del tè. Il piccolo daime-datami a sinistra del tokonoma è dedicato alla preparazione del tè. Si adattano alla collocazione in questo tokonoma i bonsai bunjin, per l’atmosfera peculiare che trasmettono.