Ainu
Spiritualità di un popolo

Scritto da Vittorio Porro www.tanabata.it -

Attorno alle gocce d’argento che stillano, intorno alle gocce d’oro che fluttuano...

il dio gufo vigila dall’alto sui villaggi degli uomini (gli Ainu)

銀の滴降る降るまわりに、金の滴降る降るまわりに。

『ぎんのしずくふるふるまわりに、きんのしずくふるふるまわりに』

Shirokanipe ranran pishkan, konkanipe ranran pishkan

I primi versi di questa epopea sono diventati talmente famosi che tutti i giapponesi li conoscono fin dai primi anni della scuola. Chi parla è il dio gufo in prima persona, come succede in molte leggende, poesie ed epopee ainu.

Ci giunge così dalla voce delle divinità, spesso rappresentate dagli animali più vicini agli Ainu, la suggestione di un mondo affascinante ed insolito in cui le divinità elargiscono insegnamenti morali agli esseri umani, a volta addirittura sacrificandosi per loro. Orsi, cervi, aquile, gufi, gru, balene, salmoni, aringhe, ecc. popolano questo territorio nordico.

Queste atmosfere ovattate nella cui aria aleggiano queste gocce d’oro e d’argento, che sono le lacrime del dio gufo, si trovano principalmente nell’isola più settentrionale del Giappone, Hokkaidô (letteralmente “territorio del mare settentrionale”), un tempo chiamata Ezo, e sono ormai patrimonio di uno sparuto resto di un popolo, ridotto quasi all’estinzione, gli Ainu (letteralmente gli “uomini”).

Il merito di aver significativamente risuscitato l’interesse dei giapponesi su un popolo col quale hanno, più o meno inconsciamente convissuto, o a volte oppresso, è di una giovane donna, Chiri Yukie, che all’inizio del Novecento ha raccolto trascrivendoli in alfabeto e tradotto in giapponese leggende e canti, tramandati oralmente dai vecchi Ainu, come i versi sopra citati, che altrimenti avrebbero potuto andare perduti.

Questo canto poetico narrato in prima persona dal dio gufo è il testo d'apertura dell'unico libro lasciatoci (Ainu Shin’yôshȗ, アイヌ神謡集、contenente 13 epopee) e finito di scrivere da Chiri Yukie, poche ore prima di morire all'improvviso per un attacco cardiaco, all'età di 19 anni, dando inizio, forse anche inconsciamente, ad un’epoca di rinascimento e di presa di coscienza della cultura ainu.

Chiri Yukie nasce nel 1903, in un'epoca in cui l'isola di Hokkaidô si sta velocemente sviluppando, modernizzandosi e urbanizzandosi, venendo rapidamente assorbita e assimilata dalla "colonizzazione" giapponese, e in cui le tradizioni e i costumi originali ainu, come la cerimonia dell'orso (iyomande) o i tatuaggi, sono ormai agli sgoccioli, travolti dalla dominante cultura giapponese che a sua volta si sta rapidamente occidentalizzando.

La stessa Chiri Yukie, nella prima parte del preambolo al suo volume, ci fornisce la sua testimonianza descrivendo con nostalgia e rammarico la situazione della sua isola ai suoi tempi rispetto ai tempi andati, dandoci un'idea dell'innocenza del luogo, in questo modo:

"Questo vasto territorio di Hokkaidô, dall'antichità era il mondo in cui i nostri antenati vivevano in libertà. Come bambini di intatta innocenza, avvolti nell'abbraccio di una grandiosa natura vivevano gioiosamente in tutta tranquillità. Veramente figli prediletti della natura, come dovevano vivere in un'indicibile felicità !"

Con la natura si convive, rispettandola e condividendo con essa i beni che ci fornisce. Come scrive Kayano Shigeru, il primo Ainu ad essere stato eletto al Parlamento giapponese nel 1994, ricordando la sua infanzia a Nibutani, dove ha poi fondato un Archivio della Cultura Ainu (萱野茂二風谷アイヌ資料館):

“Quando andavo con mia nonna a raccogliere erbe nei campi notavo che stava molto attenta a variare il posto di raccolta, ma il suo intento era quello di lasciare le radici e i semi per l’anno seguente, mostrando così un grande rispetto per la natura. Così pure quando prendevamo dei piccoli pesci nascosti sotto i sassi nei fiumi e mi diceva, dopo la cattura, di risistemare al loro posto gli stessi sassi perché sarebbero stati un rifugio ideale per altri pesci. Quando si pescava un salmone nel fiume, si lasciava una parte della preda per il corvo, una per la volpe, ecc. in modo da fornire cibo anche agli altri esseri viventi, come si racconta e si insegna nei canti epici degli Ainu, i wwpekere”.

Questa convivenza e compenetrazione degli Ainu con tutta la natura e lo spirito che la anima non è la sola peculiarità di questo popolo unico sotto diversi aspetti. Gli Ainu non hanno una lingua scritta, non hanno templi o luoghi di culto, non hanno sacerdoti, anche se, essendo la loro vita impregnata di credenze animistiche e la loro relazione col mondo spirituale così intensa, non è possibile descrivere qualsiasi aspetto della loro vita senza farne cenno.

Qualsiasi momento della loro vita richiede precisi riferimenti ad atti religiosi, se non magici, basati su credenze che richiedono di rivolgere suppliche agli enti spirituali in cui credono. Il capo famiglia o l’anziano del villaggio (ekashi) si occupa dei riti tradizionali e il luogo di culto è la casa.

Lo spirito invisibile che anima ogni cosa è chiamato ramat (letteralmente “cuore”, ma più propriamente col significato di “anima” o “spirito”) e pervade ogni cosa, sia uomini che animali o piante, e quando questi muoiono il ramat li lascia e va altrove, ma non svanisce.

L’altro termine fondamentale per la religiosità ainu è quello di “kamui”, che, oltre a riferirsi alle divinità vere e proprie (non necessariamente buone o malvagie), può essere attribuito a tutto ciò che è superiore alla media umana o particolarmente notevole o incomprensibile o eccezionalmente grande o bello, ecc.

Nei canti epici degli dèi, i "kamui yukar" in lingua ainu, il dio spesso personificato nei panni di un animale, narra in prima persona le proprie esperienze di vita. Ad esempio, in quello citato all’inizio, nei primi versi, il dio gufo stesso, benché colpito a morte da una freccia umana, ci narra come sappia beneficare il bambino povero, tra i bambini un tempo poveri ed ora diventati ricchi e prepotenti, che giocano correndo sotto di lui e che cercano di colpirlo con archi e frecce d'oro a cui si sottrae, mentre si lascia colpire proprio dall'arco e dalle frecce di legno del bambino, un tempo ricco, ora povero, facendosi catturare, beneficiando poi l'intera sua casa facendola addirittura diventare un sontuoso palazzo.

Ci troviamo di fronte a una commistione dei due mondi così vicini tra loro, una vicinanza veramente intima con la natura tutta, impregnata di sacro. Nella natura si avverte una costante aura spirituale. Negli orsi o nelle volpi che popolano i monti, negli alberi che spuntano e nei fiori che sbocciano nei boschi, nei vari pesci che vivono nel mare e nei fiumi. Ma non solo, lo spirito che “anima” tutte le cose alberga in modo potente anche in fenomeni sgradevoli o spiacevoli come le epidemie o eventi che possono influire sia positivamente che negativamente sulla vita degli esseri umani come il fuoco o l’acqua, la pioggia o il vento, il terremoto, lo tsunami o il fulmine.

Senza entrare in dettaglio nella descrizione della religione degli Ainu, non possiamo non citare almeno la divinità più di spicco, tra quelle più a contatto con gli umani, che è “Shiramba Kamui” (il sostegno del mondo), dio della vegetazione, il cui spirito si diffonde tra gli alberi perché possano procurare la materia prima per la costruzione delle case, degli utensili, degli strumenti per la caccia e pesca, ecc. Gli alberi si diffondono anche nel terreno dove allungano le loro radici, impedendo alla terra di franare e danno riparo sotto le loro chiome ad animali piccoli e grandi come orsi, cervi, scoiattoli, ecc., fornendo loro anche nutrimento. Questa divinità viene anche chiamata con un altro nome, “Shirikor Kamui” (il dio che governa la terra). Il suo spirito è presente anche nei cereali, nelle verdure, nelle erbe medicinali e in modo particolare nel veleno aconito.

Oltre a questa divinità va ricordata la dea più venerata e più degna di fiducia del pantheon ainu, la dea del focolare “Kamui Fuchi” (la suprema antenata), sovrana dei defunti, il cui spirito ramat si manifesta nel sacro fuoco del focolare di ogni abitazione.

Per dare un’idea della sua grande importanza si pensi che non ci si rivolge a nessun altro kamui se non dopo averla pregata. Quando un bambino muore prima di essere stato svezzato il suo ramat viene conservato da Kamui Fuchi fino a quando rinascerà, tanto che molti anziani Ainu credono che la nascita non sia causata da un atto sessuale, ma dal ritorno di un’anima dall’oltretomba.

Il focolare costituisce anche l’ingresso alla dimora dei defunti e niente che contamini questo luogo è permesso. Durante la notte, quando il fuoco rimane acceso sotto la cenere, si crede che Kamui Fuchi stia riposando e non lasci mai il focolare.

Ci sono dèi il cui aspetto è visibile agli uomini e altri invece invisibili, ma la cui vicinanza è comunque tangibile. Le divinità che si manifestano sotto le sembianze di animali tra cui alcuni di maggiore importanza e autorità, come ad esempio tra i primi il gufo pescatore (shima fukurô la cui popolazione è ormai ridotta a pochi esemplari, in una zona orientale di Hokkaidô, mentre un tempo era largamente diffusa in tutta l'isola), è una divinità tenuta in massima considerazione come particolarmente saggia e protettrice dei villaggi Ainu (Kotankor Kamui). Particolarmente venerati sono anche altri volativi, soprattutto rapaci come le aquile e i falchi.

Si annoverano poi per importanza ad esempio il lupo, anche se ormai praticamente estinto, o altri mammiferi come l’orso, la volpe, lo scoiattolo, o anche grandi animali marini come il delfino, la balena, il pescespada, la tartaruga, ecc. o anche pesci che vivono nei fiumi, come il salmone o altri salmonidi a cui gli Ainu attribuiscono grande importanza.

Naturalmente vivendo in una grande natura selvaggia non sono trascurate nemmeno le piante o i vegetali, come ad esempio tra i principali l’aconito, utilizzato come componente per avvelenare le freccie, o l’ikema (nome scientifico “Cynanchum caudatum”), il cui nome in lingua ainu significa “piede del dio”, o i funghi velenosi o l’artemisia (yomogi), ecc.

In questo modo le divinità che si presentano sotto queste spoglie dominano con la loro presenza montagne, foreste, mari, fiumi, sorgenti, laghi, paludi, ecc., ossia tutto il territorio di cui si prendono cura.

L’aspetto divino è inscindibile dalla vita dell’uomo ed essendo rappresentato da esseri con capacità superiori di quelle degli esseri umani è normale che questi vengano venerati. Essi, in questa natura opulenta, si presentano sotto altre spoglie per fornire le energie necessarie alla vita. In altre parole è impensabile un mondo pacifico e sicuro senza la protezione e la benedizione da parte degli dèi.

Essi vigilano sulla famiglia e sulla sua educazione, forniscono gli alimenti necessari, proteggono i villaggi, fanno sì che le prede siano numerose, tengono sotto osservazione i vari luoghi in cui gli uomini si muovono, così che possano amarsi, procreare figli, abitare, vestirsi, vivere in armonia col prossimo, ecc. cioè fare tutto ciò che permette di condurre una vita più che soddisfacente e tranquilla.

Questo è naturalmente il sogno degli uomini e per ottenere ciò è necessario pregare e far sì che le preghiere degli uomini vengano ascoltate, perciò gli dèi saranno destinatari di lodi e ringraziamenti, oltre che di omaggi rituali come gli inau.

La constatazione di questa convivenza la possiamo avere dalle narrazioni mitiche, sia in prosa (kamui wwepeker) che in versi (kamui yukar) oppure tramite narrazioni eroiche che trattano delle vicende di un unico eroe, come i famosi Poiyaunpe o Otasam-un-kur, o anche di eroine.

Le migliori recitanti sono le donne, anche perché questo è uno dei compiti a loro affidati, che spesso coincidono con quelli delle praticanti sciamane.

La conoscenza delle narrazioni mitiche è molto diffusa tra gli Ainu ed ha molta importanza da un punto di vista religioso in quanto la conoscenza della mitologia permette di ottenere benefici (benedizioni) da parte delle divinità e di allontanare il male.

E' per questo motivo che la recitazione dei miti (che sono più brevi e più facili da memorizzare delle narrazioni epiche) non viene limitata a particolari occasioni, ma avvengono frequentemente e anche senza una motivazione particolare sia nei villaggi che nelle capanne di caccia sparse nei boschi, come unico svago per gli uomini che vi trascorrevano lunghi periodi, cacciando orsi e cervi, mentre nei villaggi le donne avevano più tempo la sera per narrare e cantare storie del mito accanto al focolare.

D'altro canto le narrazioni epiche avevano luogo soprattutto durante importanti occasioni come quella della cerimonia dell'orso (iyomande), anche se in questi casi era abitudine tralasciare il finale della storia per indurre la divinità che veniva avviata al viaggio (per ritornare nel paese degli dei) a ritornare in futuro a visitare gli uomini per ascoltare di nuovo il loro racconto.

Il folklore, così espresso, non era solo un mezzo di intrattenimento e di soddisfazione estetica, ma ha avuto un ruolo importante nel confermare e rafforzare i valori basilari della società tradizionale ainu. Un ruolo che è stato particolarmente importante durante i secoli più recenti in cui la cultura ainu ha subito un processo di crescente declino.

Gli uomini (Ainu) e le divinità (kamui) convivono in questo mondo in una sorta di interdipendenza e di condivisione di ruoli. Gli dèi hanno poteri che gli uomini normali non hanno, come i poteri sovrannaturali, come quelli di spostarsi agevolmente e velocemente da un posto all’altro, di volare in aria o di trasformarsi a piacere sotto spoglie di esseri umani, animali, piante, ecc., azioni possibili tra gli umani solamente agli sciamani.

Ma per altri aspetti gli uomini sono in grado di condizionare i comportamenti delle divinità che li ammirano, visitando volentieri i loro villaggi (ainu kotan), le loro case e il loro mondo (ainu moshir), facendo dipendere molti dei loro averi dai doni ricevuti dagli uomini e il loro prestigio dalla venerazione di cui sono fatti oggetto.

Naturalmente anche gli uomini dipendono dalle divinità benevole che li proteggono e difendono nel loro ambiente, vegliando su di loro e tenendo lontani gli spiriti malvagi.

Come si è già visto all’interno dell’abitazione la divinità più importante è la dea del fuoco (Kamui fuchi) che vive nel focolare di ogni abitazione ainu. Questa antica divinità svolge anche la funzione di intermediaria tra gli uomini e gli dèi ed è la prima a cui ci si rivolge ogni volta che gli uomini rivolgono le loro preghiere ad una qualsiasi divinità.

Ci sono però anche divinità malvagie (wen kamui) che invidiano la buona fortuna degli uomini e la felicità delle divinità benigne e cercano perciò non soltanto di nuocere loro, ma anche di accaparrarsi dei doni fatti dagli uomini alle divinità benigne.

Le divinità malvagie possono anche sottrarre le anime dei cibi, frutto della caccia e della pesca, diffondere contagi o causare carestie e questo può succedere quando l’attenzione delle divinità buone si allenta, perché proprio come agli uomini capita di essere distratti e non prestare la dovuta attenzione a quanto sta succedendo agli uomini.

E’ perciò molto importante che gli uomini siano esperti nelle arti non solo di attrarre il favore degli dèi benevoli, ma anche di mantenerlo, invocando con le preghiere l’aiuto degli dèi più potenti in grado di respingere le influenze maligne.

Specialmente un tempo gli Ainu erano specializzati in queste tecniche tant’è vero che qualsiasi loro attività era preceduta o accompagnata da riti, invocazioni e preghiere.

Gli dei si presentano sotto un aspetto antropomorfo, magari più solenne, ovunque vivano, sulla terra, nei villaggi degli uomini o nelle loro case, in cielo, nel mondo degli dèi o nell’altro mondo ed hanno un comportamento “umano”.

Sono talmente “umani” che si costruiscono case in cui abitare, vivono in villaggi con mogli e figli, si vestono, combattono, amano preparare il sake con cui festeggiare, cantando e danzando.

I doni che gli dèi prediligono sono quelli di cibo, del sake e degli inau (i bastoni sacri degli Ainu), a cui vengono attribuiti poteri soprannaturali e sono considerati messaggeri/intermediari tra gli uomini e gli dèi, se non addirittura divinità essi stessi. “Gli inau sono dei bastoni poco più grossi di un pollice e lunghi un braccio, (il più delle volte ricavati da rami di salice) su cui si sono prodotti, con un coltello tagliente, dei trucioli, i quali poi restano attaccati al legno, formandovi una sorta di cappa ornamentale” come li descrive Fosco Maraini.

Testimonianza di questa atmosfera "umano/divina" che avvolge questo mondo di profondo Nord, del popolo degli Ainu, ci viene fornita da tante leggende in cui troviamo un non so che di poetico e di un'aura così innocente.

Proviamo a leggere il brano iniziale di una leggenda Ainu, intitolata "Le sopracciglia del serpente", narrata come spesso succede per gli Ainu, in prima persona e questa volta da un dio in persona.

"Io ero il dio gufo pescatore (Shima fukurô, Kotan kor kamui, protettore del villaggio), e vivevo fin da tanto, tanto tempo fa in questa casa.

Come fanno tutti gli dei e tutti gli ainu (gli uomini) ogni giorno, stavo ad intagliare il fodero della spada. Continuando a fissare soltanto la punta delle lame, non sollevavo mai il viso e non pensavo mai neppure di provare ad uscire di casa.

Eppure un certo giorno di primavera, all'improvviso mi venne voglia di mettere fuori il naso. Nonostante gli sforzi per resistere ad uscire proprio non ce la facevo più. Avvolti i miei attrezzi per l'intaglio in una stuoia li spinsi sotto la finestra e, alzatomi in piedi, mi stiravo in tutta la mia altezza. L'abito che indossavo di solito quando lavoravo era fatto di diversi strati di abiti vecchi cuciti insieme. Svestita la sottoveste indossai il soffice abito tenuto da parte per le occasioni speciali. Cominciando dalla biancheria, mi mettevo addosso un capo dietro l'altro finché al di sopra di tutto indossavo un hayokpe (una sopravveste che ha anche la funzione di armatura).

Sollevandomi lentamente uscivo fuori dall'apertura del comignolo sul tetto della casa, soffermandomi tranquillamente sul tetto. Mi misi poi ad osservare attentamente i dintorni, da una estremità all'altra del villaggio, rendendomi conto che si trattava di un villaggio veramente molto tranquillo, "mah..."

Era sì il mio villaggio, ma che incantevole bellezza di villaggio, davvero.

Le montagne formavano come delle onde tra le pieghe di alte montagne e tra le une e le altre fluttuavano bianche nebbie. A questa vista mi venne subito voglia di prendere il volo verso le montagne e da sopra il tetto mi sollevai velocemente cominciando a volare in direzione della parte superiore (...) del fiume. Sfiorando con le ali le cime degli alberi più bassi e mentre toccavo con le piume i rami degli alberi più alti continuai a volare diritto verso la parte più nascosta del fiume. E così mi si aprì davanti agli occhi una pianura ampia e spaziosa.

Guardando dal cielo si allargava uniformemente la distesa della paglia (kaya) seccatasi durante l'inverno e sembrava proprio che accarezzata lievemente dal vento fosse una distesa di onde."

Ci troviamo di fronte ad un dio-gufo che parla, vive e si comporta come fosse un uomo. Vive in una casa, lavora ad intagliare il legno come un qualsiasi ainu, si veste come un uomo senonchè per uscire di casa esce volando dal comignolo sul tetto. Non è poetico e pieno di tenerezza?
Ma poi si scatena …

Continuai per un po' a volare notai che proprio al centro della pianura si innalzava un albero di chikisani (olmo). Era un albero di chikisani maestoso che si ergeva alto quasi a raggiungere il cielo.

Mi posai dolcemente sul ramo più alto dell'albero, ripiegai le ali e osservai tutta la pianura da un'estremità all'altra. Una piacevole brezza primaverile piegava dolcemente le sterpaglie seccate facendole ondeggiare e mentre non distoglievo lo sguardo dalla scena, nonostante avrei potuto fare qualsiasi altra cosa, mi venne lo sghiribizzo di appiccare il fuoco alla distesa di paglia.

"No ... Non si deve, sarà un disastro!!" Per quanto cercassi di resistere, non ce la facevo proprio più, così tutto d'un colpo finii per appiccare il fuoco, da sopra da sotto, a tutta la distesa di paglia.

La forza delle fiamme che si propagavano sollevandosi era simile proprio a quella di una tempesta di fuoco e come se si fosse sprigionato un vortice di fiamme questo avanzava in direzione del chikisani su cui ero posato, da sopra e da sotto la vasta pianura con una forza incredibile, con ondate di fiamme che crepitavano lugubremente. Osservando il mare di fiamme che si espandeva provavo una sensazione indicibilmente eccitante. A quel punto, tra le fiamme di sopra e quelle di sotto he si intrecciavano fino a lambire il tronco del chikisani si udì una voce di donna, di giovane donna :"Ahaa... ahaaii" che invocava aiuto per il pericolo.

"Chi è stato, uomo o dio, ad appiccare il fuoco a me che sono uscita di casa, con un grande sacco sulle spalle, per cercare qualcosa da mangiare per il mio babbo e per la mia mamma?

Aiuuuuto, aiutatemi, per favore !", si levava così la voce di una giovane donna.

Ad udire ciò, per la prima volta, ritornato in me, esclamai:" Ah... Che cosa terribile ho mai fatto? Sempre con le mie cattive abitudini.... Con le mie stesse mani, senza motivo, ho acceso il fuoco a qualsiasi cosa potesse bruciare ed ho bruciato viva la figlia di un qualche kami, di quale kami anche non so!!" Mentre pensavo così, osservando dall'alto del chikisani, vidi che solo la paglia e le erbacce erano in cenere ed era rimasto solo un fievole fil di fumo ed il fuoco era completamente spento. Scendendo dall'alto dell'albero planai per andare a vedere la zona da cui provenivano le grida di aiuto e cosa tragica, da far compassione, morta carbonizzata giaceva la giovane sorella del dio serpente. Qualunque dio fosse certamente non avrebbe desiderato la morte! Averlo bruciato vivo con le mie mani era proprio una cosa imperdonabile. Con questo pensiero, mi tolsi l'hayoppe che indossavo sopra a tutto dopodiché mi tolsi il kimono più prezioso che indossavo all'interno e lo stesi allargandolo sul terreno. Sopra questo kimono adagiai tutti resti del cadavere della figlia del kami serpente, recitando le preghiere che accompagnano i defunti.

"Oh kami serpente, figlia del kami, vi prego ascoltate le mie parole! La persona che è stata avvolta nel kimono che io indossavo, anche se per caso fosse morta, anche se le sue ossa fossero bruciate, senza dubbio possiede la forza spirituale per poter rivivere. Rivivere non consiste soltanto nell'anima, ma anche una casa eretta con assi nuove e anche questa casa ho avvolto insieme in questo kimono. Tu ritornerai con le tue sembianze di prima e ricostruirò anche la casa e in questa casa prenditi amorosa cura del tuo babbo e della tua mamma!!" Così dicendo, con tutte le mie forze, presi il volo, portando il mio kimono con cui avevo avvolto sia i resti che la casa, andando a monte della pianura incendiata. Con l'animo profondamente abbattuto me ne ritornai alla mia abitazione. Pensandoci bene avevo bruciata viva la giovane sorella del kami serpente senza motivo e irrimediabilmente, poveretta !! Pensando che forse avrebbe potuto rivivere, sprofondato nel giaciglio di casa mia, senza toccare cibo per due, tre giorni non smisi mai di piangere. Da allora quanto tempo sarà trascorso? Finché un giorno in cui ero talmente indebolito da pensare addirittura di lasciarci la vita, avvertii la presenza come di qualcosa che si muovesse vicino all'altare dei sacrifici ad oriente della casa. Quel rumore, quell'impressione di una presenza che si muovesse non era quella di un uomo, ma piuttosto di una presenza femminile. Da allora per un po' di tempo non ci fu nessun rumore, ma un bel giorno pensai che qualcuno fosse arrivato all'esterno dell'ingresso della mia casa, però nessuno veniva alla porta. Guardavo fisso l'entrata per vedere chi o che cosa stesse venendo. D'un tratto la giovane figlia del kami serpente, la fanciulla di cui avevo sentito solo la voce, socchiuse lentamente la tenda di canne di bambù della soglia ed entrò tenendo sottobraccio il fagotto con gli oggetti della dote della sposa. Vedendo il viso della fanciulla avrei veramente voluto sprofondare dalla vergogna. Per colpa del fuoco che io avevo appiccato su quel viso, così gravemente ustionato e che doveva essere stato così bello, erano bruciate anche ciglia e sopracciglia e non ne rimaneva più neanche un solo pelo. Tenendo sempre il fagotto con gli oggetti della dote sotto il braccio la ragazza entrò in casa andando verso il sedile di sinistra e, posato il fagotto, girandosi verso il focolare accese il fuoco. Guardando timidamente verso di me, sciogliendo la sua lunga chioma di capelli fino al pavimento, sedette molto discretamente. A quella vista io, che fino a quel momento mi ero così indebolito da pensare addirittura di aspettarmi la morte, raccolsi le poche forze che mi erano rimaste e facendo il possibile un po' alla volta mi sollevai sul pavimento e strisciando riuscii ad andarmi a sedere sul bordo del focolare. Rivolto verso la donna, inchinandomi più volte molto rispettosamente, aprii bocca: "Quel giorno ho fatto qualcosa di veramente orribile e imperdonabile. Pensai di morire per farmi perdonare, ma non riuscendo neppure a morire ho continuato a vivere fino ad adesso. Ti sono molto grato e sono molto felice che tu abbia voluto venire da me. Il mio cuore è pieno di riconoscenza." Dette queste parole il volto della fanciulla dimostrava la sua soddisfazione dal profondo del cuore e aprendo bocca disse: "Io in quel tiepido giorno di primavera pensando di far mangiare qualcosa di buono al mio papà e alla mia mamma anziani messomi un grosso sacco sulle spalle uscii in quella pianura alla ricerca di cibo. Ma all'improvviso si alzarono da ogni parte le fiamme, da sopra e da sotto, e non avendo più nessuna via di scampo finii per morire bruciata. Però tu che sei un dio hai raccolto i miei resti e poiché hai voluto avvolgerli nel tuo abito con poteri divini io ho potuto così riavere la vita. Ma non basta, poiché hai voluto anche donarmi una splendida casa, solida e fatta di assi, ho potuto viverci col mio papà e la mia mamma. Però purtroppo a causa dell'incendio ho perso completamente sia le ciglia che le sopracciglia, così che nessuno mi vuole più per moglie con un viso che non si può guardare tanto è orribile. Sono così confusa che non so più cosa pensare che potrai fare tu che sei un dio. Però un giorno guardando per caso mi accorsi che il dio gufo pescatore era proprio in fin di vita. Per questo mi affrettai pensando che se volessi accontentarti anche di me non mi vorresti come moglie?

Per questo ho portato con me avvolta in questa stuoia la mia dote, anche se è piccola cosa."

"Grazie mille, ti prego di diventare la mia sposa" così dicendo ripetei due e tre volte i rituali sei inchini e la donna mi restituì l'omaggio toccandomi leggermente sotto il naso col suo dito indice sinistro. Avendo finito di pronunciare le parole che voleva dire subito dopo la donna si alzò in piedi e afferrata una pentola bassa si mise a lavarla ben bene e riempitala d'acqua la mise sul fuoco e appena l'acqua incominciò a bollire vi versò velocemente del miglio mondato e in men che non si dica era pronto un succulento pasto. La donna prese da sopra lo scaffale un basso vassoio e una ciotola bassa e lavò anche questi accuratamente. Presa una spatola divise il pasto fumante a destra e poi a sinistra, riempiendo poi ricolma una grande ciotola e aggiunti i bastoncini mi servi il tutto sul vassoio. Ricevuto il vassoio, servendolo sei volte verso l'alto e sei volte verso il basso, e appoggiatolo, dopo aver mangiato metà della ciotola passai la ciotola con l'altra metà alla donna.

La donna tirò verso di sé il vassoio e tenendolo in mano lo sollevò sei volte e sei volte lo abbassò ......... poi con i bastoncini usati da me finì di mangiare quanto rimasto. In questo modo furono decise le nozze fra noi due. In seguito nacquero tra di noi tanti figli vivendo senza più preoccupazioni. "Nell'antichità il dio serpente aveva sia le ciglia che le sopracciglia, ma avendo io appiccato il fuoco per questo motivo sia le ciglia che le sopracciglia andarono in fumo", così narrò il dio gufo pescatore.