Leggiadre visioni (prima parte)
Pettini e acconciature giapponesi tra storia e mondanità

Scritto da Rossella Marangoni -
Leggiadre visioni (prima parte)
La cortigiana Hanamurasaki di Tamaya - Utamaro - 1790 circa. Immagini come questa hanno certamente influenzato l'arte di Tanaka Ikko e bene rappresentano l'importanza dei capelli, delle acconciature, di pettini e accessori per la cultura giapponese. - Immagine MET di New York, particolare

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Dei capelli e dei capelli spettinati

Nella storia della cultura giapponese capelli, acconciature, pettini e accessori per capelli detengono una posizione di assoluto rilievo e attengono non solo - o non semplicemente - alla storia del costume, bensì possono essere collegati all’antropologia, alla storia, alla storia dell’arte, all’estetica e alla letteratura. Un tema, quindi, vastissimo che affronterò qui per sommi capi, con il desiderio di suscitare nel lettore la ricerca di ulteriori letture e percorsi di approfondimento.

Il pettine, nel mito, è fonte di energia e potere. Nel Kojiki (712 d.C.) e nel Nihongi (720 d.C.), numerosi sono gli episodi particolarmente significativi al riguardo. Ne citerò solo due a titolo esemplificativo.

Nell’episodio della discesa negli inferi per ritrovare l’amata moglie morta, Izanami, Izanagi, incapace di attendere la decisione del signore del paese “delle acque ocra” e ansioso di rivedere la sposa “staccò un dente dal magico pettine infilato nella crocchia sinistra della propria capigliatura, vi accese un fuoco, si addentrò per sbirciare e vide gorghi di vermi brulicarle addosso […]”. 1

Izanami, umiliata, lo fa inseguire da creature orripilanti e fameliche. Izanagi fugge atterrito: “Egli si tolse allora dai capelli l’ornamento di viticci anneriti, lo gettò via e spuntarono bacche. Quelle le coglievano e le mangiavano lasciandolo allontanare. Ma gli furono presto di nuovo alle calcagna. Stavolta egli sfilò dalla crocchia destra della propria capigliatura l’altro pettine magico, lo gettò via e spuntarono germogli di bambusa. Quelle nello strapparli e divorarli gli diedero il tempo di allontanarsi.”2

Nell’episodio che vede protagonista Susanoo no mikoto (episodio dell’uccisione del mostro Orochi e delle nozze con la principessa Kushi-inada-hime, ossia la Principessa-pettine di Inada), il kami, scacciato dal cielo dalla sorella Amaterasu, scende nel paese di Torikami dove incontra il signore locale e sua moglie disperati per la presenza di un mostro, il drago di Koshi, dalle otto teste, che ha divorato sette delle loro figlie e sta per giungere a richiedere l’ultima in sacrificio, Kushinada no hime, (che mutua parte del nome da kushi,”pettine"). Susanoo è pronto a uccidere il mostro ma chiede la fanciulla in sposa e, per prepararsi ad affrontare il drago: “Il maestoso e svelto Susanoo trasformò la ragazza in un magico pettine che infilò nella crocchia della propria capigliatura […]”.3

Da questi pochi esempi è possibile dedurre la complessità delle capigliature maschili arcaiche, riprese nel racconto mitico, e i poteri magici attribuiti ai pettini e agli ornamenti, fonti di vigore e di potenza e caricati di una pluralità di significati magico-religiosi. Secondo alcuni studiosi, in epoca arcaica si attribuiva un carattere sacro ai capelli, considerati quali un dono divino e, per ciò stesso, fonte di poteri straordinari. Nelle campagne, del resto, era d’uso bruciare capelli umani ritenendo che avrebbero tenuto lontano dai campi uccelli e animali dannosi alle coltivazioni.4 Si credeva inoltre che nei capelli risiedesse un kami e nei maschietti in tenera età non si tagliavano i capelli perché questo kami li avrebbe così protetti negli anni più pericolosi dell’infanzia. Successivamente, la cerimonia del genpuku, che costituiva un vero e proprio rito di passaggio, con l’ingresso nell’età adulta, portava al taglio dei capelli della fronte in una caratteristica rasatura semicircolare (hanpatsu) che lasciava lunghe le rimanenti ciocche, poi raccolte sulla sommità del capo in un codino dalla foggia variabile a seconda delle epoche e dello status sociale dell’individuo.

Nel corso della storia giapponese, i capelli e le acconciature hanno sempre avuto un ruolo rilevante sia per le donne che per gli uomini. Ma, soprattutto, erano segno primario della bellezza di una donna, la sua vita, come recita un detto popolare: “kami wa onna no inochi” (i capelli sono la vita di una donna). E anche: “nagakami wa shichi dan kakusu” (i capelli lunghi nascondono sette difetti), intendendo che una lunga e splendida chioma poteva compensare un naso sgraziato, una bocca larga o altre imperfezioni.

Le acconciature potevano raccontare molto di una persona, anche all’interno della moda di un’epoca: l’età, la bellezza, lo stato civile, lo status sociale e la ricchezza. Persino i sentimenti. Così, un celebre collezionista di accessori per capelli, il barone Ino Dan, nella sua presentazione della prima esposizione di questo genere di manufatti tenutasi fuori del Giappone (e precisamente a Boston, dal 17 dicembre 1935 al 19 gennaio 1936), poteva scrivere che, attraverso minime trasformazioni nell’acconciatura: “venivano espressi sentimenti come la solennità formale, la spensieratezza, il richiamo erotico, l'affidabilità, la celebrazione e il lutto. Per le reticenti donne giapponesi, l’acconciatura era un mezzo di espressione e un linguaggio per trasmettere i propri sentimenti e pensieri più intimi.” E, ancora: “L’acconciatura era il cuore della bellezza delle donne giapponesi”.5

Ma se l’acconciatura racchiude in sé tutta una pluralità di significati, anche i capelli spettinati veicolano molteplici messaggi e il topos ricorrente dei midaregami, i capelli scompigliati, ha assunto, nel corso delle epoche, una rilevanza letteraria e poetica via via maggiore. Come afferma Ebersole,6 nel Giappone antico i capelli avevano una duplice connotazione: di carattere positivo nell’associazione con la forza vitale, l’energia, la sessualità e la fertilità; di carattere negativo nel connubio con tutto ciò che di selvaggio e incontrollato emerge dalla vitalità (come, ancora una volta, la sessualità). Poiché se la sessualità e i capelli sono parte della natura e della condizione umana, essi risultano minacciosi proprio perché, almeno in apparenza, possono sfuggire al controllo dell’uomo. Se ciò è evidente per la sessualità, forse lo è meno per i capelli, ma è possibile ipotizzare che per gli antichi Giapponesi l’osservazione della crescita dei capelli post-mortem, abbia generato uno sgomento che è alla base di questo considerazione negativa dei capelli. La capigliatura, e in specie quella femminile, è vista alternativamente come affascinante e spaventosa, dal carattere eminentemente erotico eppure, al contempo, potenzialmente minacciosa. Deve essere allora circoscritta, regolamentata, controllata, sia dal punto di vista simbolico che dal punto di vista normativo (il primo decreto al riguardo è il Keppatsurei, 686 d.C.).

I capelli spettinati, per converso, rappresentano ciò che è fuori controllo: il furore delle passioni, un’animo tormentato, un disordine psichico, sentimenti che è impossibile trattenere, come l’amore o la gelosia. Già nel Man’yōshū (VIII sec.) questo tema è ricorrente. Un componimento poetico canta una donna pescatrice con i capelli in disordine, mentre una coppia intesse un dialogo a distanza, vibrante di passione e nostalgia trattenute: “Takeba nureta /Kaneba nagaki/ Imo ga kami /Kono goro minu ni / Kakiretsuramu ka. Capelli che rialzati ridiscendevano lisci / E disciolti splendevano lunghi! / Da tempo non li vedo, /Ma certo continuerai a curarli.”, scrive Mikata no Sami (VIII sec.), trattenuto lontano da casa, alla sposa. E questa: “Hito wa mina / ima wa nagashi to/ Take to iedo/ Kimi ga mishi kami /Midaretari tomo. Tutti “Son lunghi” e “Rialzali “ - mi dicono;/ Ma come tu li vedesti in ultimo,/ Scarmigliati li tengo.” Così gli risponde. (Man’yōshū, IV: 724)7

La nostalgia per un amante lontano e l’amore appassionato sono presenti e ricorrono, ancora e ancora: “Asagami no / omoi midarete / Kaku bakari /nane ga koureso / ime ni miekeru. Ti ho visto nei miei sogni / amore mio? / Poiché tutto il giorno hai nostalgia di me, / i tuoi pensieri in disordine /come, al mattino, i tuoi capelli.” (Man’yōshū, II: 123, 124).8

Nella cultura aristocratica di periodo Heian i capelli sono considerati uno dei principali attributi di bellezza femminile: le chiome, nere, lucide e lunghissime, sono una delle poche immagini di una donna che possa essere scorta e ammirata da dietro le tende paravento, che separavano una dama dal suo interlocutore. Il taregami è l’acconciatura del periodo: i capelli vengono lasciati sciolti e continuamente pettinati e curati. Sono raccolti mollemente con nastri di carta (motoyui) solo in occasione di alcune cerimonie. Così leggiamo nel diario di Murasaki Shikibu: “Nel candore che regnava intorno a Sua Maestà risaltavano particolarmente le figure e i volti delle dame dai lunghi capelli neri: sembrava un bellissimo disegno in bianco e nero che si animava davanti agli occhi di chi lo osservava.”9

Una chioma folta e corvina, di una lunghezza maggiore dell’altezza della donna, era un requisito indispensabile a connotare la bellezza di una dama. Una chioma che doveva essere continuamente pettinata e cosparsa di olio di camelia per mantenerne l’aspetto lucido.

Ma, allora, che succedeva se questa chioma appariva in disordine, scompigliata? Ancora una volta i neri capelli in disordine sono simbolo di una incontenibile passione amorosa. Così risuonano i versi della poetessa Izumi Shikibu: “Kurogami no / midare mo shirazu /uchi fuseba/ mazu kakiyarishi/ hito zo koishiki. Giaccio/ i neri capelli scomposti/ ma non ne sono cosciente –/ tutta tesa al pensiero dell’uomo/ che li ha accarezzati.” Izumi Shikibu (976?-?).10

Midaregami è anche il titolo di una raccolta poetica di dirompente modernità. Si tratta della prima importante raccolta poetica di Yosano Akiko (1878-1942), considerata la poetessa di maggior spicco nel panorama letterario giapponese della prima metà del XX secolo. Akiko vedeva in Izumi Shikibu un riferimento e un modello. E’ possibile dunque che la scelta del titolo possa essere intesa come un omaggio alla celebre antenata spirituale, indubbiamente; però il titolo riprende l’appellativo con cui, in un gioco intimo e amoroso, il futuro marito di Akiko, Yosano Tekkan, la chiamava. La poetessa, infatti, si vantava della sua splendida chioma che, come tutte le donne della sua epoca, teneva raccolta nell’acconciatura marumage. Ma la passione amorosa che stava vivendo con Tekkan, scioglieva quella chioma e di questo non si vergognava, anzi inalberava quei capelli in disordine come simbolo di una vita “liberata” e libera dalla convenzioni. Così Tekkan la chiamava: midaregami. “Aki kaze ni / fusawashiki na wo / mairasemu / sozorogokoro no / midaregami no kimi. Voglio darti un nome / che corrisponda al vento d’autunno,/ tu, il cui cuore si agita, /tu, dai capelli scompigliati.”11 Così Akiko scriveva: “Kurokami no/ chi suji no kami no/ midaregami/ katsu omoimidare/ omoimidaruru. Dei neri capelli /migliaia di fili /disciolti, riccioli –/e pure disciolti/pensieri d’amore.”12

Un prossimo intervento sarà incentrato su pettini e acconciature femminili in Giappone attraverso le epoche.




Note

  1. Kojiki, a cura di Paolo Villani, Venezia, Marsilio, 2006, p. 41.
  2. Ibidem.
  3. Ivi, p. 50.
  4. Cfr Maeda Motoyoshi citato in Na-Young Choi, Symbolism of Hairstyles in Korea and Japan, in Asian Folklore Studies, Vol. 65, No. 1 (2006), p. 80.
  5. Citato in Alan Priest, Japanese Hair Ornaments and Toilet Accessories, in The Metropolitan Museum of Art Bulletin, Vol. 31, No. 3 (Mar., 1936), pp. 54.
  6. Gary L. Ebersole, “Long black hair like a seat cushion”: hair symbolism in Japanese popular religion, in Alf Hiltebeitel, Barbara Miller (eds.), Hair: its Power and Meaning in Asian Cultures, Suny Press, 1998, p. 78.
  7. Citato in Ebersole, “Long black hair…”, p. 96.
  8. Citato in Ebersole, “Long black hair…”, p. 95.
  9. In Diario di Murasaki Shikibu (Murasaki Shikibu nikki), a cura di Carolina Negri, Venezia, Marsilio, 2015, p. 54.
  10. Dal Goshūishū (1086). Traduzione di Adriana Boscaro.
  11. Yosano Tekkan, citato in Claire Dodane, Yosano Akiko. Poète de la passion et figure de proue du féminisme japonais, Paris, POF, 2000, p. 70.
  12. Da Midaregami (1901). Traduzione di Mario Riccò. L’unica traduzione completa in lingua italiana della raccolta è quella, recente, di Luca Capponcelli: Yosano Akiko, Midaregami, Aracne Editrice Collana di Studi Giapponesi, Roma, 2017.