La traduzione in ambito yamatologico

Scritto da Elisa Vitali -
La traduzione in ambito yamatologico

Alla luce di alcune problematiche metodologiche e teoriche riscontrate nel processo di traduzione in ambito yamatologico, vorrei proporre una riflessione su due aspetti significativi. Il primo riguarda le diverse connotazioni semantiche generalmente attribuite a ciascuno strato lessicale che compone la lingua giapponese in caso di sinonimia; il secondo aspetto concerne la relazione tra sistema ortografico impiegato per rappresentare graficamente un determinato lessema e l’immagine percettiva associato ad esso in taluni ambiti.

Entrambe le considerazioni necessitano di due premesse contestuali. Innanzitutto, la lingua giapponese è costituita da tre strati lessicali principali: wago 和語, kango 漢語e gairaigo 外来語. I wago sono da intendersi come parole di generica etimologia locale, indipendentemente dall’epoca della loro genesi; i kango indicano le parole che penetrarono in Giappone a partire dalla metà del 700 d.C., veicolate dalla prestigiosa tradizione cinese attraverso l’introduzione della cultura scritta e la diffusione del buddhismo e adattate al sistema fonologico del giapponese, e tutte quelle parole di genesi successiva create da elementi presi in prestito dal cinese; infine, i gairaigo sono prestiti linguistici di origine principalmente europea, introdotti in Giappone a partire dal ‘500 (Kageyama&Saito 2016). In secondo luogo, il moderno sistema di scrittura giapponese prevede tre modalità ortografiche distinte, che si combinano e interagiscono tra di loro: due sistemi paralleli di caratteri fonografici, hiragana 平仮名e katakana 片仮名, comprendente ciascuno 46 caratteri semplici e 25 derivati, e i sinogrammi chiamati kanji漢字 (Kageyama&Saito 2016). Per questa particolarità, il sistema di scrittura giapponese viene definito kanji kana majiri 漢字かな交じり, cioè un misto tra kana e kanji, i primi utilizzati fonograficamente e i secondi impiegati logograficamente. Ciascuna varietà ortografica possiede funzioni e caratteristiche diverse e, da un punto di vista di ricorrenza lessicale, i wago sono generalmente scritti in hiragana oppure in un misto di hiragana e kanji, i kango sono scritti in kanji e i gairaigo in katakana oppure in rōmaji ローマ字, cioè in alfabeto latino, adottato recentemente come quarta modalità di scrittura integrato nel kanji kana majiri (Kageyama&Saito 2016).

La prima considerazione rilevante ai fini della traduzione che vorrei proporre in relazione alla composizione lessicale del giapponese sopra delineata è la difficoltà a trasmettere in una lingua altrui la sottile contrapposizione semantica ed emozionale esistente tra i tre strati nella mente di un parlante nativo, nel caso di fenomeni di sinonimia. In linea generale, mentre i wago sono definiti in linguistica come il cuore della lingua giapponese, essendo lo strato lessicale di più antica genesi, e sarebbero percepiti e associati dal parlante nativo a sensazioni quali “spontaneità” e “quotidianità”, i kango emanerebbero maggiormente un’aura di formalità, cerimoniosità e, dunque, artificialità o estraneità, sebbene molti di essi siano in realtà profondamente integrati nel sistema linguistico e non siano sempre distinguibili, a livello percettivo, dalle parole di origine autoctona dai Giapponesi stessi (Kageyama&Saito 2016). I gairaigo presenterebbero un livello ancora più basso di assimilazione nella sintassi rispetto ai kango, essendo d’importazione molto più recente, anche se vengono sempre più assorbiti nel linguaggio colloquiale o informale del giapponese moderno. Kageyama&Saito paragonano la differenza tra wago e kango a quella presente in lingua inglese tra strato germanico e strato latino. Tuttavia, credo che nel caso giapponese la differenza tra le due categorie lessicali sia sovente più marcata da un punto di vista “emozionale”: mentre in inglese la differenza di utilizzo tra sinonimi appartenenti a strati diversi è spesso legata alle differenze tra lingua bassa e lingua alta o a fattori di prestigio linguistico, nel caso di sinonimia in giapponese emergono talvolta implicazioni (e complicazioni) di natura emotiva, dovute alla presenza di una sorta di “culturema” (Martínez, 2006) – contrapposizione nipponicità/estraneità – espresso da specifiche parole o locuzioni, non trasmissibili direttamente nella lingua d’arrivo.

Si prenda come esempio la coppia di parole sinonimiche ‘wago 和語/yamatokotoba 大和言葉’, entrambe corrispondenti al referente ‘parola/e nativa/e giapponese/i’, essendo ‘wa’ 和 “armonia=Giappone”,1 ‘go’ 語 “lessema, parola, lingua” e ‘yamato’ 大和 “Yamato=Giappone”, ‘kotoba’ 言葉 “parola, lingua”. Secondo Kageyama&Saito, questi due lessemi sono varianti terminologiche che indicano lo stesso referente e sono interscambiabili. In realtà, come emerge chiaramente per esempio da un saggio di Watanabe Shōichi (1974), ‘yamatokotoba’, essendo tipologicamente un wago trascritto in kanji, rappresenta una lettura intuitiva e locale e comunica lo stato emotivo del locutore che la utilizza e, talvolta, una vera e propria presa di posizione ideologica sottesa alla scelta consapevole di questa variante. In questo senso, esiste una variante ortografica del termine, cioè la sua trascrizione in alfabeto fonetico hiragana (やまとことば). Come si vedrà di qui in breve, la scelta dell’ortografia per trascrivere un certo termine non è sempre casuale, ma talvolta è dettata da motivazioni ideologico-linguistiche. Infatti, ‘yamato’ designa non solo il più potente regno dell’arcipelago giapponese in età protostorica, il nome della sua capitale e il nome della sua etnia regnante che divenne poi quella dominante in Giappone, ma, quando si trova in composizione con altre parole, indica per estensione tutto ciò che è tipicamente e tradizionalmente giapponese, racchiudendo così in sé una forte componente identitaria. Non solo, esso spesso designa una presunta epoca di purezza primitiva - che corrisponderebbe al periodo storico Yamato- antecedente l’introduzione della scrittura e del buddhismo in Giappone, quando il giapponese non aveva ancora subito la massiccia influenza continentale. Pertanto, ‘yamatokotoba’ può essere utilizzato per circoscrivere il campo semantico di ‘wago’ e per riferirsi volontariamente e specificatamente alle parole di origine giapponese ritenute arbitrariamente “pure”, “autentiche”, proferite per la prima volta in tempi antichissimi dai presunti antenati dei Giapponesi (Watanabe 1974). Connotazioni diametralmente opposte sono invece da attribuirsi a ‘wago’, lessema classificato come kango. Come già affermato, esso significa parimenti “parola di origine giapponese”, ma è caratterizzato da una lettura fonetica di origine cinese. ‘Wago’ designa il termine formale, accademico con cui in linguistica si fa riferimento alle parole di origine giapponese e racchiude in sé una finalità meramente descrittiva e tipologica. Perciò, trasmette una sensazione di formalità, intellettualità, freddezza, distacco, e viene utilizzato in ambito scientifico e non certo per evocare una mitica età d’oro della cultura dell’arcipelago o per esprimere una particolare posizione emotiva ed ideologica del locutore.

In ambito traduttologico, il maggior problema che si pone in relazione a questo aspetto è il riconoscimento, da parte del traduttore, della connotazione emotiva che lessemi quali ‘yamatokotoba’ possono implicare in talune circostanze e la sua resa nella lingua d’arrivo, tenendo conto che la questione è ancor più complessa: mentre, ad esempio, ‘yamatokotoba’ può coprire la gamma semantica di ‘wago’, non vale il viceversa perché quest’ultimo non implica un’emotività così forte come il primo lessema. Non solo: presso taluni accademici giapponesi (come Kageyama&Saito 2016) ‘wago’ e ‘yamatokotoba’ sono dichiaratamente interscambiabili; invece, presso altri intellettuali (Watanabe 1974) avviene consapevolmente la predilezione di un termine rispetto all’altro dettata da motivazioni ideologiche, quali l’affermazione della specificità linguistico-culturale giapponese in nome dell’esistenza di un presunto nucleo primitivo di parole di origine autoctona (yamatokotoba), che «risalgono direttamente all’era in cui un animale simile a una scimmia, antenato dei Giapponesi, emise dalla cavità orale i primi suoni articolati» (Watanabe 1974: 11-12, 8). Nel momento della traduzione, bisognerebbe tenere conto di tutte queste componenti linguistiche, metalinguistiche e sociolinguistiche, elaborando strategie ad hoc per far comprendere a un lettore altrui il valore culturale, linguistico e ideologico di un lessema.

Un altro esempio significativo di contrapposizione semantica ed emozionale tra wago, kango e gairaigo in caso di sinonimia è fornito da Kageyama&Saito ed è rappresentato dalla serie yado 宿, ryokan 旅館 e hoteru ホテル. La prima differenza è di natura semantica: mentre ‘yado’ denota il concetto generale dell’alloggio, ‘ryokan’ è un termine più specifico che indica “una struttura in stile giapponese in cui il viaggiatore può alloggiare in cambio del pagamento di una tariffa” (Matsumura 2017). Invece, ‘hoteru’, che deriva dall’inglese ‘hotel’, indica “un alloggio in stile occidentale che fornisce diversi servizi”, ovvero “un ryokan in stile occidentale” (Matsumura 2017). Oltre a queste considerazioni di carattere più “superficiale”, le problematiche riguardanti la traduzione sono altre: innanzitutto, l’utilizzo di termini diversi per indicare referenti sostanzialmente affini, dettato dalla volontà di mantenerne distinta l’origine di provenienza e, dunque, la specificità culturale. Mentre ‘ryokan’ rimanda inequivocabilmente alla nipponicità, ‘hoteru’ rimanda all’estraneità occidentale. Inoltre, i gairaigo, in quanto parole di origine occidentale, spesso racchiudono, al pari di certi kango, connotazioni socio-linguistiche associate al loro utilizzo, quali il senso di modernità, di esotismo o anche di eleganza, suscitate nella mente del parlante nativo. In questo esempio non è molto evidente, ma se si considera la coppia ‘shiro 城/shatō シャトー’ (wago/gairaigo) traducibili entrambi con “castello”, la suddetta contrapposizione diventa più chiara. Come si evince da qualsiasi dizionario monolingue, entrambi si riferiscono primariamente al referente ‘fortezza’, ma, mentre ‘shiro’ include sia il castello di tipo giapponese che occidentale, ‘shatō’, derivante dal francese château, indica innanzitutto quello tipico delle fiabe e dell’architettura occidentale. Tuttavia, di recente, quest’ultimo è preferito dalle generazioni più giovani invece dell’antiquato ‘shiro’, perché considerato più prestigioso, elegante e alla moda, essendo legato alla modernità occidentale. Infine, problematico in certi contesti e usi è il lessema ‘yado’ (un wago) per il suo carattere emotivo: interessante è notare che la sua prima accezione è “casa in cui si abita, abitazione, la propria casa”, mentre il significato generico di “alloggio” appare solo come seconda entrata del dizionario. ‘Yado’, come si può evincere da un suo certo utilizzo ricorrente nella poesia tradizionale giapponese, rimanda a una sensazione di intimità, domesticità, calore, senso protettivo, familiarità, e, in questo senso, differisce da ‘ryokan’, un kango, e ancor più dal più freddo e distaccato ‘hoteru’. Pertanto, tutti questi esempi mostrano ancora una volta l’importanza, nel processo di traduzione, del valore sociolinguistico conferito spesso inconsapevolmente dal parlante nativo a parole apparentemente sinonimiche e la difficoltà a trasmettere presupposti culturali, come può essere la contrapposizione tra nipponicità ed estraneità (occidentale), e a tradurre il contesto emozionale di cui spesso si circonda una parola.

Un’ultima considerazione con effetti importanti nella traduzione, che denota una peculiarità e una grande potenzialità espressiva del sistema di scrittura giapponese, è il rapporto tra ortografia e immagine percettiva associata alla trascrizione grafica di un determinato lessema. A questo proposito, la contrapposizione ortografica maggiore avviene tra il più utilizzato sistema fonografico giapponese (hiragana) e i sinogrammi (kanji), i primi recanti generalmente un’immagine di delicatezza, leggerezza, i secondi un’immagine di formalità e rigidità (Kageyama&Saito 2016). La differenza tuttavia non è solo estetica, ma talvolta anche stilistica e ideologica: infatti, poiché lo hiragana è un alfabetico fonetico che, tra le varie funzioni, riveste anche quella di metodo di lettura dei caratteri cinesi, esso viene talvolta privilegiato da taluni autori nella trascrizione di certi wago, sia per dare maggior valore al fonema rispetto al grafema, sia per enfatizzare la pronuncia autoctona della parola nonostante la sua usuale trascrizione in kanji, in nome di specifici motivi ideologici. Oltre al già citato esempio ‘yamatokotoba’, un altro chiaro esempio tratto dal saggio di Watanabe (1974) è dato da ‘kokoro’, concetto chiave dell’opera, che si trova espresso sia in hiragana (こころ) che in kanji (心) e veicolante diverse sfumature di significato raggruppabili in due categorie principali. Da un lato, esso indica l’essenza, il cuore, lo spirito autentico di una persona, ovvero l’insieme delle sue emozioni genuine e dei suoi reali sentimenti, desideri e stati d’animo privi di qualsiasi falsità o artificio; ma anche la quintessenza delle cose, cioè la vera natura di un oggetto o l’ideale su cui si basa un concetto o una forma d’arte. In tal caso, la parola è solitamente scritta in hiragana (こころ) ed è significativo che questa sia la variante scelta per rappresentare il titolo stesso dell’opera Nihongo no kokoro 日本語のこころ, il cui fine ultimo è, per l’appunto, indagare sulla quintessenza del giapponese per mostrarne l’unicità. Dall’altro lato, kokoro, scritto con il carattere cinese 心, indica anche la mente, cioè l'insieme delle funzioni di cui si può avere soggettivamente coscienza in diverso grado, quali la sensazione, il pensiero, l'intuizione, la ragione, la memoria, la volontà; scritto in sinogrammi può anche indicare in certi contesti il muscolo anatomico del miocardio. Nel caso di Watanabe, l’utilizzo di un’ortografia precisa corrisponde a una volontà precisa, suggerita dal titolo e chiarita all’interno del testo: indagare intorno alla vera essenza, a ciò che rende autenticamente esclusiva la lingua giapponese, considerata dall’autore unica e isolata da un punto di vista filogenetico. Kokoro こころ è stato scelto consapevolmente nella composizione del titolo per richiamare l’attenzione visiva di potenziali lettori, poiché cerca di toccare le corde più recondite della sensibilità giapponese, espresse nell’interesse per la propria identità nazionale, tra cui la propria lingua. Anche la forma grafica 心si trova talvolta all’interno del saggio, ma con un utilizzo diverso, cioè quando l’autore vuole riferirsi a un processo mentale e cognitivo più che emozionale.

In questo frangente particolare, è chiaro che il traduttore, per interpretare e comprendere pienamente il valore del termine, necessita di conoscere non solo le sue diverse accezioni a seconda del contesto di utilizzo sia all’interno del testo che nella quotidianità, ma anche lo sfondo culturale e storico in cui è stata pubblicata l’opera in questione – Anni Settanta, boom delle “teorie sulla cultura giapponese” - e anche il pensiero complessivo dello scrittore -nazionalismo ed essenzialismo culturale, nonché la possibilità insita nel sistema di scrittura della lingua giapponese di trascrivere la stessa parola seguendo metodi diversi e le implicazioni linguistiche della qualità grafica selezionata, cercando di colmare l’inevitabile scarto semantico che si crea nel passaggio a un altro sistema di scrittura.




Bibliografia

Frellesvig, Bjarke, A History of the Japanese Language, Cambridge, Cambridge University Press, 2010, pp. 436.

Guerra, Simone, Grande dizionario giapponese-italiano dei caratteri, Bologna, Zanichelli, 2015, pp. 1183.

Kageyama Tarō, Saito Michiaki, “Vocabulary strata and word formation processes”, in Kageyama Tarō, Kishimoto Hideki (a cura di), Handbook of Japanese Lexicon and Word Formation, Berlino, De Gruyter Mouton, 2016, pp. 11-50.

Molina Martínez, L., 2006, El otoño del pingüino. Análisis descriptivo de la traducción de los culturemas, Castellón de la Plana, Universidad Jaime I, Castellón.

Matsumura Akira (a cura di), Daijirin, Tōkyō, Sanseidō, 2017.
松村明(監)『大事林』三省堂、東京 

Watanabe Shōichi, Nihongo no kokoro (Lo spirito della lingua giapponese), Tōkyō, Kōdansha gendai shinsho, 1974, pp. 213.
渡部昇一『日本語のこころ』講談社現代新書、東京、1974年




Note

  1. In origine, wa, proveniente dal cinese antico come go 語 (lingua, parola), si presentava sotto forma di una variante grafica del carattere: anziché wa 和, era utilizzato il carattere wa 倭 (in cinese antico ), antico nome dato dalla Cina al Giappone. Tuttavia, avendo wa 倭 una connotazione offensiva in quanto significante “obbediente, remissivo, che si piega” oppure “nano”, intorno al 757 d.C. il Giappone cambiò ufficialmente il suo endonimo con il più raffinato omofono wa 和 (armonia, pace), sancendo così un valore della cultura giapponese che divenne col tempo sinonimo stesso del Giappone e del popolo giapponese.