Il cammino di Shikoku (Prima parte)

Scritto da Luigi Gatti -

In Giappone vi sono molti pellegrinaggi religiosi. Uno dei più conosciuti a livello internazionale è l’itinerario buddhista che si sviluppa lungo il perimetro della più piccola tra le quattro isole principali del Giappone, l’isola di Shikoku, che dà il nome al Cammino.

Il percorso forma un anello di circa 1200 chilometri e collega 88 templi buddhisti, distribuiti tra le quattro (Shi) prefetture (Koku) che compongono l’isola: Tokushima, Kochi, Ehime e Kagawa. I templi si trovano in aree urbane, in zone rurali, lungo le scogliere e nel mezzo delle foreste di cedri secolari e tutti sono legati alla storia e alle infinite leggende relative a Saeki no Mao, l’ottavo patriarca del Buddhismo Shingon (Il Buddhismo della parola vera), conosciuto con il titolo onorifico: Kōbō Daishi.

Il Cammino di Shikoku è dedicato alla figura del monaco asceta Kōbō Daishi,  all’anagrafe Saeki no Mao, nato nella seconda metà dell’ottavo secolo nella prefettura di Kagawa, figlio di rinomati nobili in decadenza.  Al termine degli studi superiori si dedicò all’apprendimento della lingua cinese per poi iscriversi all’università di Nara, in quegli anni capitale del Giappone. Fu Proprio a Nara che Saeki no Mao iniziò ad interessarsi al Buddhismo, in particolar modo alla letteratura sacra in sanscrito e alla pratica della meditazione. Quest’ultima disciplina lo colpì a tal punto da...

In Giappone vi sono molti pellegrinaggi religiosi. Uno dei più conosciuti a livello internazionale è l’itinerario buddhista che si sviluppa lungo il perimetro della più piccola tra le quattro isole principali del Giappone, l’isola di Shikoku, che dà il nome al Cammino.

Il percorso forma un anello di circa 1200 chilometri e collega 88 templi buddhisti, distribuiti tra le quattro (Shi) prefetture (Koku) che compongono l’isola: Tokushima, Kochi, Ehime e Kagawa. I templi si trovano in aree urbane, in zone rurali, lungo le scogliere e nel mezzo delle foreste di cedri secolari e tutti sono legati alla storia e alle infinite leggende relative a Saeki no Mao, l’ottavo patriarca del Buddhismo Shingon (Il Buddhismo della parola vera), conosciuto con il titolo onorifico: Kōbō Daishi.

Kōbō Daishi (774-835)

Il Cammino di Shikoku è dedicato alla figura del monaco asceta Kōbō Daishi,  all’anagrafe Saeki no Mao, nato nella seconda metà dell’ottavo secolo nella prefettura di Kagawa, figlio di rinomati nobili in decadenza.  Al termine degli studi superiori si dedicò all’apprendimento della lingua cinese per poi iscriversi all’università di Nara, in quegli anni capitale del Giappone. Fu Proprio a Nara che Saeki no Mao iniziò ad interessarsi al Buddhismo, in particolar modo alla letteratura sacra in sanscrito e alla pratica della meditazione. Quest’ultima disciplina lo colpì a tal punto da assorbire la quasi totalità del suo tempo fino a conferirgli la determinazione necessaria per raggiungere il distacco dalla vita sociale e diventare un monaco itinerante. Tornato nell’isola natale, si dedicò alla pratica della riflessione ascetica fino a raggiungere l’illuminazione, decidendo così di optare per un nuovo nome buddhista:  Kūkai. Questo termine è composto dagli ideogrammi   kū ,”cielo”, e kai, “oceano” , da lui scelti poiché fu esattamente all’apice dell’illuminazione che affermò di aver raggiunto il punto laddove cielo e oceano si incontrano.

Nei  primi anni dell’Ottocento, l’Imperatore lo identificò come la persona più idonea per andare in Cina ad apprendere ogni aspetto della nuova religione per poi tornare a diffonderla in patria. Nel progetto imperiale, Saeki no Mao avrebbe dovuto rimanere in Cina per molti anni ma, considerata  la sua sconfinata intelligenza e il  suo straordinario impegno, solo due anni dopo tornò in Giappone per iniziare l’opera di proselitismo, insignito dell’importante carica di ottavo patriarca del Buddhismo Shingon. La nuova religione affiancò lo Shintoismo (religione autoctona giapponese) e, dopo aver vinto l’iniziale reticenza, marcò in modo radicale la cultura dell’intero Paese.

Kūkai era una persona poliedrica, geniale, con immense conoscenze non solo in campo religioso: il suo sapere spaziava dall’ambito scientifico a quello letterario e, in modo particolare, nel mondo artistico. L’impronta innovativa del suo agire fu marcata dalla ferma volontà di rivolgere i suoi insegnamenti a tutta la popolazione, annullando la distinzione economico-sociale.  A lui si attribuiscono templi, statue, ponti e  l’invenzione di Hiragana e Katakana , i sillabari con i quali, in aggiunta agli ideogrammi, si compone la scrittura giapponese.

Passò gli ultimi anni della sua esistenza terrena nello Shikoku, impegnandosi nella ristrutturazione dei templi esistenti e nella costruzione di nuovi: luoghi sacri di pace e serenità, condizioni indispensabili per poter praticare la disciplina della meditazione. Poco tempo prima della sua morte si ritirò sul Monte Kōya, luogo sacro a sud di Osaka dove, come da lui predetto, morì il 23 aprile 835. A un secolo dalla sua scomparsa, l’imperatore Daigo, osservando una pratica solenne riservata a pochi eletti, decise di attribuirgli il nome di Kōbō Daishi, il gran maestro (Daishi), dal vasto Dharma (Kōbō).

Possiamo affermare che Kōbō  Daishi sia il corrispettivo di Santiago, San Giacomo, colui che portò la religione cattolica in Occidente. E da qui possiamo riconoscere molte analogie tra il famoso Camino di Santiago di Compostela e l’itinerario degli 88 templi.

Gli 88 Templi

Sull’isola di Shikoku, la più piccola e la meno popolata tra le isole maggiori e la più ancorata alla cultura tradizionale, vi sono più di cento templi Buddhisti, 88 dei quali fanno parte del Cammino lungo circa 1200 chilometri. Il percorso sacro si conclude sul monte  Kōya, nel Kansai, in corrispondenza del mausoleo del monaco asceta. Questo luogo è considerato il tempio n°89. E’ qui che i pellegrini si recano al termine del viaggio per ringraziare della buona riuscita dello stesso.

Non è importante da quale tempio si inizi a camminare e nemmeno il senso di percorrenza. Per comodità logistica, il tempio n° 1, Ryōzen-ji , è considerato il punto di partenza ed è qui che la maggior parte degli Ohenro (i pellegrini di Shikoku)  ritorna dopo aver visitato gli altri ottantasette santuari per chiudere il cerchio. Alla base di questa prassi vi è il concetto buddhista del riproporsi delle esperienze e del compimento dei cicli vitali.

I templi sono ripartiti in quattro gruppi, ognuno dei quali coincide con una delle quattro prefetture ed  è associato ad un ruolo di formazione spirituale dōjō .

In senso orario, da Tokushima a Kochi, dall’Ehime a Kagawa incontriamo  Hosshin dōjō, risveglio dell’anima,  Shugyōdōjō, la preparazione ascetica, Bodaidōjō, l’illuminazione e infine  Nehandōjō, il Nirvana.  Nel caso in cui non si abbiano i cinquanta giorni circa necessari per concludere l’intero percorso, è consigliabile cercare di terminare almeno una zona dōjō.

Ma come sono questi templi? Si assomigliano tutti? Inizierei con una precisazione, forse sciocca per i cultori delle religioni asiatiche, ma doverosa per iniziare la descrizione dei luoghi sacri: un tempio non è una costruzione singola come le nostre cattedrali ma è un Luogo, che può essere circoscritto o addirittura coprire l’intera superficie di una montagna! In questo Luogo vi sono più edifici, ognuno con una propria funzione religiosa.

Oltre all’ufficio d’accoglienza, quattro sono le aree principali: la zona di abluzione (lavaggio), la torre campanaria dove si segnala il proprio arrivo, e due altari, uno dedicato alla divinità specifica del tempio e l’altro  consacrato a Kōbō Daishi.

Gli 88 templi sono magnifici, alcuni nascosti tra i palazzi delle città, altri sperduti tra le risaie, altri ancora arroccati e celati tra le bellezze naturalistiche. In ogni tempio infatti  è stata applicata alla perfezione la tecnica architettonica  chiamata “Shakkei”, che letteralmente significa “scenario prestato”, ovvero gli edifici e i giardini sono stati progettati in perfetta armonia con l’ambiente che li circonda. Per questa ragione si possono incontrare templi molto diversi tra loro, ognuno con le proprie peculiarità. I templi presenti nelle aree urbane nelle quattro città dell’isola si distinguono da quelli ubicati lungo le scogliere subtropicali di Kochi o rispetto a quelli presenti tra le montagne dell’Ehime. Diversi sono anche i legami di ogni tempio con la storia o le leggende relative a Kōbō Daishi: vicende reali, narrazioni mitologiche, religione ed esoterismo contribuiscono a rendere unico ognuno degli 88 luoghi di culto.

Eccone alcune descrizioni:

Il tempio Anrakuji, il n° 6 del percorso e il più antico della prefettura di Nagano, è situato al centro di un immenso parco, un tempo noto per le vasche termali dalle proprietà curatrici. I fedeli si recavano al tempio della “spensieratezza”(Anraku)  sia per pregare sia per rilassarsi nelle vasche naturali. Tra gli edifici di maestosa bellezza, spicca la pagoda in stile zen, monumento considerato tesoro Nazionale. La struttura a tre piani, sormontata da un alto pinnacolo colorato con tegole in cipresso, è l’unica pagoda giapponese a base ottagonale, la stessa forma dell’altare situato al suo interno. Di notevole importanza anche la singolare torre campanaria: costruita a fine Settecento miscelando tecniche zen e giapponesi, un affascinante mix di linguaggi architettonici.

Ulteriore curiosità è il fatto che la campana attuale  è di recente costruzione, nata dalla forgiatura di rottami della Seconda Guerra Mondiale. Il simbolo del luogo è Sakamatsu, un pino divenuto celebre per la bizzarra forma del suo tronco che, secondo La leggenda, è cresciuto fondendosi con un arco abbandonato da un cacciatore: la sua forma incurvata ricorda Kobo Daishi in meditazione.  

Il numero 11 è Fujiidera, uno dei tre templi zen che si possono incontrare nello Shikoku, sicuramente uno dei più interessanti dal punto di vista naturalistico se si ha la fortuna di visitarlo a maggio, durante la fioritura porpora del glicine, il Fujii, che dà il nome al tempio.

A Shōsan-ji, il n°12, che prende il nome dal promontorio che lo ospita, si trova uno dei più noti e temuti Henro Korogashi, letteralmente “Laddove il pellegrino cade”, tratti scoscesi odiati e amati dai pellegrini. La leggenda narra che un grande drago diede fuoco all’intera montagna durante l’allenamento ascetico di Kukai. Il monaco riuscì a confinare il serpentone in una grotta con la sola forza dei sutra della parola vera.

Il 23, Yakuō-ji, è l’ultimo tempio della prefettura di Tokushima, l’area dedicata al risveglio spirituale. Il suo nome ci svela un legame con la sfortuna e in particolare con gli yaku-doshi, ossia gli anni della malasorte. La relazione consiste nel differente numero di gradini che donne e uomini devono percorrere per raggiungere la statua di Yakushi Nyorai, la divinità principale del sito. Due scalinate distinte, rispettivamente da 33 e 42 gradini, 33 e 42 come gli anni maledetti durante i quali, secondo la tradizione buddhista, non è consigliato sposarsi, fare acquisti importanti come quello della  casa o dell’automobile  nonché... compiere pellegrinaggi.  Su ogni gradino, i fedeli lasciano una moneta, accompagnando la donazione con una breve preghiera, emulando il fondatore del Cammino che costruì personalmente questo tempio scolpendone l’effige dominante.

Una curiosità: l’anno sfortunato per i bambini è il tredicesimo. Sommando 13, 33 e 42 si raggiunge il numero dei templi del Cammino,88. Secondo alcuni, non è una coincidenza ma la ragione è legata all’importanza della numerologia esoterica, componente fondamentale di molte religioni orientali, tra il quali il buddhismo Shingon. Quest’antica scienza dei simboli vuole che Il numero sacro per eccellenza sia il 108.  Tanti sono i grani del rosario buddhista, i rintocchi della campana che accoglie il nuovo anno, i libri sacri tibetani e le tentazioni che l’essere umano deve vincere per raggiugere il Nirvana. Sull’isola di Shikoku, sono presenti altri templi considerati di secondo livello, chiamati Bangai. Questi santuari sono 20, che sommati ai principali ci ripropongono la cifra sacra:108

Iwaya-ji, la stanza nella roccia, è il tempio 45, situtao nelle provincia di Matsuyama e completamente ricavato nella montagna più alta dell’intera isola.  

Ultimo di questo breve elenco riassuntivo è il 51, Ishite-ji, il tempio della mano di pietra, fulcro della leggenda che è all’origine del pellegrinaggio stesso.